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Il “labirinto” di un delinquente e la “Selva Oscura” di Dante

A chiusa di un pizzino scritto a una delle donne con cui si incontrava e verso la quale, forse, aveva provato qualcosa di più che una temporanea attrazione erotica, Matteo Messina Denaro così scriveva a mo’ di benservito: “Stai lontana da me. Io sono in un labirinto che manco so come ci sono entrato”.
Entrare in un labirinto con la coscienza ottusa, intaccata. Non scandalizzi il parallelo con il Dante della selva oscura, del “Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai tant’ era pien di sonno a quel punto . che la verace via abbandonai.”
Si tratta di due coscienze velate dal male; l’una, quella del boss mafioso, che per antico accumularsi di gesti abitudini, aveva perduto –non del tutto ma in misura insufficiente – la percezione di esser schiavo di un Padrone terribile che sempre più chiede se non gli si ribella interamente; l’altra quella di un uomo travolto dalla superbia intellettuale, dagli odi di parte, prossimo alla morte dell’anima ma che, pure, si sveglia, e acquisisce coscienza della tenebra in cui vive. E per grazia richiesta ma insieme gratuita, ne è liberato.
Due anime perdute insomma ma, l’una ancora fissa in questa condizione – il “labirinto” -, l’altra liberata dalla selva.
L’accostamento, ripeto, non è affatto una diminutio di Dante, ma l’ulteriore, ennesima prova che la Commedia non è una fictio poetica ma uno scritto profetico ispirato perché – è Dante stesso a scriverlo – l’umanità possa liberarsi “dalla presente miseria e ascendere alla salvezza.”. L’umanità tutta. Anche quella futura. Anche la nostra – soprattutto la nostra? – abitata da chi la coscienza non ascolta o ne fugge, perdendosi nel “labirinto”.
Quanto difettivi, stupidi, piccoli, sono, in questa prospettiva, le descrizioni che si son date della vita del mafioso catturato: capo dei capi, beffardo eversore delle leggi, oscuro signore disponente un potere dai contorni incerti ma certo immenso.
Guardiamo meglio quell’uomo. Era, è un RATTO, nascosto in miserabili appartamentini di provincia, privo di affetti stabili, di una famiglia, di una discendenza. Di un giorno, di un’ora di pace, braccato com’era da trent’anni. Un poveraccio incapace, pure con i suoi soldi mal guadagnati, di distinguere lo sfarzo pacchiano dalla bellezza e che, in uno delle sue tane, affigge alla parete non un quadro d’autore ma un poster di Marlon Brando nel ruolo del Padrino.
Che vita miserabile, senza luce di amicizie, di libertà, di movimenti liberi dalla paura del tradimento e della cattura. Una vita sotterranea. Da ratto, ho detto. Priva di luce, speranze, visitata da un’inquietitudine che gli ha fatto presto riconoscere d’essere in trappola – il labirinto – prima ancora di finire ristretto, con un cancro addosso, in una cella che non si riaprirà più.
Il male, è vero, è un padrone esigente. Ma avaro. Che concede molto poco – diversamente da quanto certa letteratura ha fatto credere – e che, dopo averti devastato la vita, alla fine, chiede in cambio tutto.

Biagio Buonomo

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