L’incidente – un racconto di Benedetta Bindi

“Nulla ci rende così grandi come un grande dolore.”
ALFRED DE MUSSET

L’INCIDENTE
Ho iniziato a fare psicanalisi per trasformare la crisi, la mia, in una possibilità per ricominciare. La luce, dice il mio analista, si produce nel punto più scuro della notte. Ed era notte fonda quella sera, quando quel ragazzo mi è apparso all’improvviso e l’ho investito. Gli era scappato il cane, un cucciolo di maremmano, lo rincorreva, ha attraversato la strada senza guardare. Ho frenato ma ormai era troppo tardi, lo scontro tra noi due è stato inevitabile. L’animale quando ha sentito il rumore sordo, forte, del corpo del suo padrone schiantato sul mio parabrezza, si è arrestato, al margine della strada. Era a pochi metri da me, fermo immobile, seduto, con la lingua che gli penzolava e mi guardava. Io ero bloccato nell’abitacolo dell’auto, terrorizzato. Non sapevo più chi fossi e dove mi trovassi. Sarò stato qualche minuto, con le mani sul volante mentre i tergicristalli continuavano a togliere le gocce di pioggia che si riversavano fitte sul vetro e permettendomi di vedere cosa avevo commesso e di tatuarmelo nella mente.

Poi è arrivata tanta gente. Hanno aperto lo sportello, sono sceso lentamente, mi parlavano ma non sentivo. Ho visto il corpo del giovane steso a terra, immobile. Aveva un giaccone rosso, con un cappuccio circondato di pelliccia, uguale a quello di Veronica, una delle mie figlie. Ho sentito girarmi la testa, le gambe farsi sempre più deboli e sono svenuto. Non è stata colpa mia, nessuno mi può accusare. Ho visto i genitori del ragazzo venirmi incontro, abbracciarmi, dicevano che non avrei potuto fare di più di quello che avevo fatto, ossia, arrestarmi in mezzo alla strada. Io piangevo, loro continuavo a ripetermi: « Non si preoccupi, non è stata colpa sua». Loro, non erano veri, erano il dottore e l’infermiera dell’ospedale. Stavo solo sognando, quando ho ripreso coscienza ho domandato se il giovane stesse bene. Mi hanno fatto cenno di no con la testa, hanno abbassato lo sguardo, ho chiesto se potevo spiegarmi con il padre o la madre del ragazzo. Mi hanno detto di riposare che avrei potuto vederli in un altro momento. Mentivano.

Non sono mai riuscito a incontrarli. Hanno sporto denuncia per omicidio colposo (si rischia da due a sette anni di reclusione). Nel luogo dell’incidente c’erano quattro testimoni, hanno dichiarato che la mia velocità era nel limite previsto, ed anche che ho prestato la dovuta attenzione al fine di evitare l’impatto con il ragazzo. Sono stato assolto. Per sua madre e suo padre però sarò sempre un assassino. Quello che ha ucciso il loro unico figlio. Per molti mesi non mi sono dato pace. Il trauma è qualche cosa che ferisce, colpisce, incontrollabile, difficile da gestire ma ci si riesce, dice Francesca. Si chiama così la mia psicanalista.
Ho iniziato ad andare da lei perché continuare da solo, non mi era più possibile. Ha detto che la mia crisi si è sviluppata perché sono un uomo intelligente.
Io a sentire quelle parole ho pensato che era meglio essere un superficiale, uno di quelli che posta le foto del suo fisico in costume. Come Marco, il mio collega, ha
sessantaquattro anni, ma non si arrende. No. Palestra, cibo macrobiotico, selfie, posta se stesso in tutte le versioni sui social. Dice che così rimorchia le trentenni e ne va orgoglioso. Ogni giorno corre, ho paura ci rimanga secco sulla ciclabile prima o poi. Con la pioggia, il vento, il freddo o il caldo, quotidianamente si veste come un corridore olimpionico e va in pista. Avesse avuto la stessa tenacia a tenere in piedi il suo matrimonio, ora vivrebbe sereno.

La dottoressa dice che l’ignoranza è il consolidamento delle certezze, come quelle che ha lui. Non dubita mai di se stesso, anche sul lavoro a volte litighiamo. Abbiamo lo studio insieme, Marco è ortodontista, io faccio impianti, curo le carie. Io dubito, studio i casi. Se posso evitare un ponte, se è meglio ricostruire o sostituire. Lui dice che ci perdo troppo tempo con i miei pazienti. A me piace trovare delle soluzioni, alleggerire le persone in bocca e nel portafoglio.
Lui no, va dritto sparato sulla sua strada. Mi ricorda sempre: «Quando vedi una bocca, soluzioni rapide e veloci, questa è la chiave per guadagnare tanto Daniele». Poi si mette al computer, a vedere le donnine, nei siti d’incontri. Anche per l’incidente, mi ha detto: « Non pensarci, mica puoi farti carico dei mali del mondo. Si è buttato in mezzo alla strada quel ragazzino. Lo sbaglio è dei genitori, non dovevano mandarlo solo con il cane, la sera». Lui ha un figlio grande, non ricorda più quando era adolescente. Mica puoi vietargli tutto a dodici anni, l’età in cui iniziano a ricercare la loro indipendenza. Una delle mie figlie, in seconda media, ha iniziato a prendere l’autobus da sola con un’amica, per andare a pallavolo. Non voleva l’accompagnasse la mamma. In ogni caso io non riesco a essere come Marco, a rigirarmi le cose in modo da stare a posto con la coscienza. Io non voglio rimanere intrappolato in una ragnatela di bugie, come fa lui. Quando ha lasciato sua
moglie, perché aveva preso una sbandata per una tipa, che dopo due anni l’ha mollato, ha detto che l’ha fatto per lei!

All’epoca aveva cinquant’anni Anita. Secondo lui, aveva bisogno di vivere, non doveva essergli fedele sempre, ma doveva godersi la vita, mi ha detto. Spesso giustifichiamo i nostri comportamenti, per ignorare informazioni ci costringerebbero a fare i conti con la nostra coscienza. Io invece per mesi, ogni mattina, in bagno mi guardavo e mi giudicavo e mi facevo ribrezzo. Mi facevo la doccia, nella speranza che l’acqua portasse via anche i pensieri e correvo al lavoro. L’unica isola felice rimastami. Da qualche giorno sto meglio, ma per lungo tempo non sono riuscito a liberarmi la coscienza, o semplicemente accettare questo evento che mi ha travolto. Credevo di essere un uomo forte, psicologicamente. Ho sopportato la perdita dei miei, di cari amici, e sono andati avanti accettando che in questa ita siamo di passaggio, e non ho mai sprecato il mio tempo. Negli anni ho costruito quello che desideravo: sono sposato da trent’anni. Paola l’ho conosciuta a una festa, quando ancora andavo all’Università. Lei era fidanzata con un tipo, ma era triste, si vedeva che non era felice. Me ne innamorai dicolpo. Dopo dieci giorni eravamo fidanzati. È un amore che dura nel tempo, che siamo riusciti a far durare. Con costanza e sudore. Ho due gemelle di sedici anni. Non mi hanno mai creato problemi. Ho un hobby: la pesca, il mio gommone e una casa al mare. Prima amavo la mia vita, le mie piccole abitudini che mi facevano sopportare quello che andava storto, quello che non potevo governare. Ma nemmeno tutta questa stabilità, mi è servita dopo l’incidente. Mi sono sentito perso per mesi, questa è la verità.

Mi è capitato, dice la dottoressa che mi tiene in cura, uno scollamento dalla mia identità. Ho dormito poco o niente per giorni. Ieri sera però, ho riposato dieci ore, sarà stata la fatica della giornata, l’accumulo di emozione, l’incontro con Giulio. La mia analista ha detto che a volte capita, da un giorno all’altro che ci si sblocchi. La nostra mente è un marchingegno strano, si studia ancora. Pare sia l’organo del corpo meno conosciuto in assoluto. L’ho letto in una rivista in sala d’aspetto, prima di entrare in terapia. Ho avuto spesso la tachicardia dopo l’incidente. Ho provato ad alleviare i sintomi con gli ansiolitici. Ne ho provati un paio, ma erano tutti uguali. Mi lasciavano un senso di stanchezza, non sentivo più l’angoscia, ma nemmeno l’energia. Facevo fatica ad alzarmi per andare a lavorare. Da un giorno all’altro li ho gettati nel cestino ed ho iniziato ad accettare la mia realtà così come si presentava, anche se faceva male. Esercitare la mia professione mi faceva stare bene. Gli incubi venivano la notte. Quando nel letto mia moglie mi abbracciava, mi sentivo colpevole, gli davo la schiena. Trattenevo il respiro e fingevo di dormire per non girarmi, guardarla negli occhi e piangere. Non volevo capisse quello che tentavo di nasconderle. La mia vulnerabilità sconfinata. Anche con la dottoressa negli ultimi mesi fingevo, tentavo di semplificare i miei disturbi, così facendo però la vita mi faceva sempre più disgusto. Poi tutto è cambiato o, per meglio dire, il mio mondo ha ripreso un aspetto nel quale riesco a ritrovarmi. Giorni fa sono andato ad Anzio, da solo. Paola aveva una cena con le amiche. Mi aveva detto che mi avrebbe raggiunto il sabato mattina. Appena ho posato piede in casa, abbiamo una bella viletta vista mare, ho preso tutto l’occorrente per pescare e sono andato al porto. Solo, con il rumore delle onde, riascoltavo a mente le parole della mia analista: «Daniele, una vita si giudica se fa frutti buoni o no. Se fai veramente quello
per cui sei nato».

Ho iniziato ad analizzare la mia esistenza tappa per tappa, come fosse una lista della spesa. Mi dicevo: sei un dentista, come lo era tuo padre, ami la tua professione. Sei un uomo fedele, un buon padre. Ti informi, cerchi di inquinare il meno possibile, hai sempre votato. Magari poi ti sei morso le mani, perché i politici spesso ti fanno arrabbiare. Ma il tuo dovere come cittadino non è mai mancato. Hai adottato due bambini a distanza. Hai preso moglie e hai due figlie.
Ma… ma non è servito a nulla! Perché anche se guidavi nei limiti, avevi la cintura, la patente in regola, il bollo pagato e non eri sbronzo, quel ragazzino è finito sul tuo cofano! Ecco cosa pensavo. In mezzo al mare, ho iniziato a ripetere ad alta voce le parole della dottoressa: «Daniele trasforma la crepa che senti dentro, perdonati». Però assomigliavano alle battute di un copione, non le sentivo reali. Non le sentivo mie. L’acqua intorno a me è diventata rossa di sangue, ho rivisto quel giovane corpo buttato per terra e la colpa su di me. Mi stava andando in frantumi il cervello. Mentre attendevo che almeno un pesce abboccasse. Mi domandavo perché quella maledetta sera, dopo aver otturato il dente all’ultimo paziente, non fossi rimasto con Marco a farmi un aperitivo.

Lui va spesso al bar vicino allo studio, dice che è pieno di belle ragazze. Perché non avevo la fissa delle donne io? Magari avrei ritardato a passare per quella maledetta strada! Per tornare a casa ora impiego venti minuti in più. Passo per il centro, per evitare quella via. Ero andato a pescare per sentirmi bene, invece mi sentivo un essere insignificante, depresso. Anche se intorno a me c’era silenzio, i miei pensieri malati erano urla nella mia testa, avevo perso me stesso, quello prima dell’incidente. Improvvisamente ho sentito tirare la lenza, forte, ricordo di aver combatto contro il pesce. Riesco a tirarlo fuori dall’acqua, è un bel dentice di tre chili circa, una bestia. Mi torna il sorriso, mi dirigo verso il porto soddisfatto. Dovevo comprare il pane e del buon vino. Attracco con il gommone e vado all’alimentari, con il pesce imbustato dentro lo zaino. Metto il piede destro sulle strisce, quando vedo, in lontananza, arrivare a tutta velocità un motorino. Lo sovrappongo alla scena del ragazzino. Alzo le braccia, urlo come un forsennato, il tipo sul ciclomotore si arresta, a quaranta centimetri da me. Sento il sangue salirmi alla testa e senza pensare gli tiro un sinistro micidiale. Lui cade al suolo, gli dico di seguirmi al porto e scappo, per non dare troppo nell’occhio, sentivo già salirmi la vergogna. Lui mi rincorre iniziamo a darcele, non potevo più tirarmi indietro. Erano quasi le venti di sera, di un aprile piuttosto freddo. Il porto fortunatamente era vuoto. La temperatura bassa aveva lasciato i romani in città. Esausti finiamo a terra, in silenzio, tra il tintinnio degli alberi delle barche che si
abbassavano e alzavano, potevo leggerne i nomi dipinti sul fianco. Noto la scritta rossa su uno scafo: “Respiro”. Quello che mi manca, mentre guardo l’uomo.
É più avanti negli anni di me ed è grasso. Mi sento un verme. Alzo gli occhi al cielo e gli dico: «Domani scoppierà un gran temporale» mentre sento del sangue colarmi sulla bocca. Si gira allungando la mano e mi dice: «Piacere, Giulio». Improvvisamente sento un rossore salirmi alle guance, provo vergogna per aver provocato la rissa. Entrambi non abbiamo più il fisico per una scazzottata del genere, gli ho stretto la mano dicendo: «Piacere Daniele, scusami, posso offrirti una birra?» Era una scena surreale. Dopo dieci minuti dalla nostra rissa ero con lui, a bere un bicchiere al bar sul lungomare. Giulio mi ha raccontato che ha perso sua moglie, un anno fa. È il proprietario di una trattoria, lei si era sentita male sui fornelli. Ma ha continuato a saltare la pasta per l’ultimo cliente. Mentre faceva cassa, ha sentito un tonfo, l’ha trovata stesa sul pavimento in cucina. Anche lui ha combattuto con i sensi di colpa. Si è domandato se avesse dovuto darle più attenzione,
quando lei aveva detto di avere mal di stomaco. Ma la conosceva bene, non si sarebbe mossa dalla cucina senza servire l’ultimo tavolo rimasto. Giulio ha accettato che le cose, nella sua vita, andassero così. Non poteva indovinare che dopo venti minuti dal malessere di sua moglie, un infarto, l’avrebbe portata via, dopo trentacinque anni di matrimonio. Probabilmente nemmeno se fosse stato un medico. Non erano riusciti ad avere figli.

Mi ha sorriso, come a dire : “pazienza”, ho visto spuntare dalla sua bocca un bel molare d’oro, come si faceva una volta. Vedevo il suo occhio farsi più nero, ho chiesto al barista di portargli del ghiaccio. Mi sentivo in colpa anche per lui, in quel momento. Gli ho chiesto come faceva ad andare avanti. Ha risposto che ha preso un nuovo cuoco, dopo dieci giorni di chiusura per lutto. Ora fa la spesa lui, al mattino presto, in mancanza della moglie. Cura l’orto, ha ripreso a suonare il sax, una sua vecchia passione. Mi ha detto che il dolore va esorcizzato e che dobbiamo perdonarci e accettare l’inevitabile. Come quando gli dissero che non poteva avere figli, fu un duro colpo, lui ne voleva almeno quattro. Per sua moglie lo fu ancora di più, si dedicò anima e corpo alla cucina del ristorante. A volte dimenticando anche lui. Ma si erano amati, mi ha detto, molto amati, nonostante tutto. La sua risposta ha trasformato il mio grido in parola. Il grido forte di quella notte, l’ho svelato a lui. Gli ho detto dell’incidente, delle notti insonni, della mia apatia nell’abbracciare mia moglie, nel guardare le mie figlie crescere come fossero di un altro padre, del mio disgusto per la vita. Ho finalmente confessato di quel buco nero che avevo dentro, che risucchiava tutto, tutto quello che amavo nella vita. Lasciando per me solo il lavoro, unico angolo di paradiso, ma così. Ma troppo piccolo, per supportare un’esistenza intera. Il mio dolore si è legato a quello di Giulio come fosse calamita ed è uscito fuori. A quel punto, mentre parlavo lui mi ha bloccato, mi ha messo una mano sul braccio, è un uomo grosso, possente, peserà quasi novanta chili. Si è fatto serio e mi ha detto: «Non è colpa tua».

L’ha ripetuto tre, quattro volte. Ho capito una cosa, intendiamo quello che gli altri ci dicono solo quando siamo pronti per intenderlo. Io, in quel piccolo bar dalle pareti di legno, con un boccale di birra in mano che tenevo stretto perché sentivo l’emozione invadermi il corpo, ero pronto per ricevere quelle parole, per la prima volta. Ho iniziato a piangere. Ho sentito sciogliersi quel groviglio di nodi che erano le mie budella. Quella sera ho dormito, nove ore di fila. Mi sono svegliato diverso, dalla mia cucina guardavo il mare, pensando alle parole di Giulio, una rivelazione, l’apertura che cercavo. Tutto mi è apparso uguale, ma non come prima! Ho fatto una doccia, ho cucinato il dentice che avevo lasciato nel frigo la sera prima. Ho messo della musica jazz e, seduto sul divano, con una rivista di pesca tra le mani, mi sono messo a leggere aspettando Paola. Morivo dalla voglia di raccontarle tutto, di abbracciarla, di fare l’amore con lei, non la toccavo più da mesi. Abbiamo passato un bel week end, da soli. Le gemelle sono rimaste a Roma. Non ho finto, non mi sono nascosto, sono riuscito a lasciarmi andare. È passato un mese, da quel giorno. Tra poco arriva al mio studio Giulio, ha due carie, io gli metto a posto i denti, lui mi ripaga facendomi mangiare gratis! Sono ripassato per quella strada, ho sentito una piccola fitta al cuore, ma ho continuato a guidare e ho tirato dritto. C’era una vita prima dell’incidente, c’è una vita dopo l’incidente: la mia, l’unica che ho e non butterò via.

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