Chiamati a splendere come Maria: dalla paura alla libertà

Siamo stati pensati e scelti da sempre per vivere al massimo la vita, siamo stati creati per la gioia, siamo stati progettati per il nostro bene. E questo sfata il falso mito che l’esistenza sia un caso strano, un accidente da vivere con necessità (della serie: purtroppo questa è la vita, non l’abbiamo scelta, non l’abbiamo voluta così com’è, quindi cerchiamo di soffrire il meno possibile e di godercela).  Si può vivere infatti o da disperati o da persone libere. I primi cercano di sopravvivere, tra continue angosce e tormenti, gli altri affrontando ogni giorno con fiducia e disponibilità, con cuore semplice. Ecco cosa ci manca per essere felici. La semplicità. Anzi la verginità del cuore. Un cuore vergine. Come era Maria. Donna vergine, promessa sposa di un uomo. La festa dell’Immacolata concezione è l’invito a ritornare vergini. Sì perché non siamo nati vergini, puri, semplici ma inquinati dal peccato originale. Come una malattia ereditaria di cui soffriamo, senza colpa nostra. Abbiamo una voglia stampata nel cuore … che è nostalgia della libertà perduta.

Nel libro della Genesi c’è l’origine appunto del peccato. Il peccato originale. Cioè ciò che sta all’origine del nostro nascere zoppi nell’anima e non integri.  All’origine della nostra corruzione del cuore c’è la disobbedienza. Ma che tipo di disobbedienza? Non quella di chi trasgredisce un comando del genitore. La disobbedienza è non credere più alla parola del Padre e fidarsi del serpente. Disobbedire è dubitare che Dio ti ami e credere che il Signore voglia fregarti. Il serpente (immagine di un pensiero distorto, suadente, viscido e che ti stritola) ti assicura che tu dipendi solo da te stesso. Te la devi cavare da solo. Sei tu il dio di te stesso. Non c’è altro dio all’infuori di te. E da qui le conseguenze: perdita della verginità del cuore. Paura. Voglia di nascondersi. Inadeguatezza nelle relazioni. Menzogna. Oscurità. Malattia. Infine, morte.

Oggi, festa di Maria Immacolata – la tutta vergine, la tutta pura, la tutta bella, la donna più umana, più libera e stupenda che esista – siamo chiamati a splendere come lei. Il buio non è per noi. La morte non ci appartiene. Non siamo fatti per la tristezza. Non dobbiamo più essere né malati, né schiavi, né moribondi. Chiamati ad essere luce. Cioè ritornare ad essere quello che eravamo, che siamo sempre stati. Nel vangelo dell’annunciazione il vocabolario e la bussola del cammino dalla paura alla libertà: fiducia, disponibilità e coraggio. Fiducia alla parola che ci viene data. Noi siamo la parola di Dio. Il nostro nome, il nostro volto sono i tratti di Dio incisi nella carne umana. Ritorniamo a dare fiducia a chi ci ha creato e ci ha donato la vita. Disponibilità ad un progetto meraviglioso, fatto su misura per noi. Anche se il peccato guasta il progetto, esso non viene meno si trasfigura, si impreziosisce ma non muta. Noi siamo progettati per essere una sola cosa con Dio. Coraggio di metterci tutto noi stessi: mente, anima, cuore e … soprattutto il corpo. Come Maria. E anche il nostro io diventerà fecondo, gravido. Gravido di Gesù. Non spaventiamoci: anche noi dobbiamo partorire Cristo. Ci prepariamo a ricevere il suo corpo in questa messa con le parole di Bernard Dupuy, frate domenicano presente al Concilio:

Maria non ha conosciuto nessuna deriva,

nessuna esitazione. Ha saputo rispondere

 e dire di sì.

Maria è il “sì” del mondo a Dio e tutta la creazione,

 e anche tutta la nostra storia

è chiamata ad unirsi a questo sì.

           don Domenico Savio

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