Racconto di Benedetta Bindi: Frammenti di Me stessa

Ricorda che le persone più felici non sono quelle che hanno di più, ma quelle che danno di più (H. Jackson Brown)
8 Febbraio
Mi chiamo Caterina, ma potrei anche chiamarmi Maria, Francesca o Nicoletta. Vi siete mai sentite come se in ogni cosa che fate, a voi desse la sensazione di interpretare una parte? Questo è quello che mi accade, da quando lavoro al fast-food vicino a casa mia. Io sono vegetariana e amo l’aria aperta, in più ho sempre odiato le divise. Ora ne indosso una con un cappellino ridicolo e un camicione informe, che non rende giustizia alle uniche cose carine che ho: il seno e la vita stretta. Così ogni giorno mi maschero di una falsa allegria, e sorrido ai clienti come se fossi la persona più felice del mondo, mentre l’odore di fritto mi abbraccia soddisfatto. Però questo impiego mi serve come il pane, anzi lo è. Da qualche mese ho un’altra occupazione, così posso mantenermi, senza dover chiedere proprio nulla a miei genitori. Io voglio sempre provare a essere migliore di ciò che sono, e quando ci riesco, mi sembra di stare più dritta ed essere più alta.

Per questo ho accettato questo impiego bizzarro, di “lettrice”, per la vecchia signora che abita sotto di me. Lei vive con una badante polacca, una donna di quasi due metri, abile nelle faccende domestiche, ma non nel parlare. Il suo italiano è debole, e soprattutto fatica a leggerlo. La proposta mi è stata fatta un giorno, quando nera più dei capelli che ho in testa, tornavo dall’università, con un voto mediocre sul libretto. Tenevo tra le mani un tomo di molte pagine, che avevo studiato pomeriggi e notti intere, per poi sentirmi dire da una professoressa arcigna e occhialuta, che potevo fare meglio. Così camminavo con lo sguardo da perdente, rivolto verso le mie scarpe con il tacco, che trovavo inutili, visto che le avevo indossate per darmi un tono. Quello che in quel momento mi mancava completamente. La signora Valeria intanto passeggiava sul mio stesso marciapiede, appoggiandosi a un bastone rosso. Mi ha chiamato, io ho alzato il volto, e ho visto che mi faceva un cenno con la mano. Velocemente mi sono avvicina a lei, pensando avesse qualche problema, invece mi ha domandato con molta gentilezza: “Leggeresti per me quando sei libera? Ovviamente ti pagherei. Gli audio-libri non mi piacciono, ho bisogno di vedere la persona che ascolto”.

Poi ha voluto specificare che non era pigrizia la sua, ma una malattia agli occhi che le rendeva insopportabile e faticosa la lettura. Ho accettato subito. Io vivo da due anni in questa palazzina rossa. Ci siamo incontrate con la signora nell’androne o sul suo pianerottolo, e mi è sempre venuto spontaneo sorriderle. Primo perché penso che le persone siano più belle quando lo fanno, ed io sentendomi piuttosto bruttina, non perdo occasione di girare gli angoli della mia bocca all’insù. Secondo ci sono alcuni individui, per i quali si prova interesse al primo sguardo, senza che una sola parola tra noi e loro sia pronunciata. Io la chiamo: “Affinità magnetica”. Lei si veste con abiti dai colori decisi, che io mi vergognerei a mettere. Le piace soprattutto il verde e il turchese come i suoi occhi. Tutto in lei è così perfetto Il tempo che passa non ha il potere di cancellare quell’armonia che madre natura le ha donato, mentre quando sono nata io festeggiava il carnevale.

Viso tondo, naso piccolo ma a patata, occhi neri, grandi, ma con un taglio all’ingiù, che mi danno l’aria di una che sia tornata da una festa mal riuscita. E poi i capelli, tanti, scuri e crespi, che se non li stirassi con il phon, parrebbero la criniera di un leone. La signora Valeria li ha bianchi, si fa sempre uno chignon, anche quello le dona, le dà un aspetto elegante. Un tempo era professoressa di storia e italiano, mi ha detto che le manca molto insegnare. Amava il suo lavoro, fare uscire dalla scuola dei ragazzi migliori da come vi erano entrati, illuminarli una strada, era la sua filosofia. Credo che solo ciò che si possiede, si possa donare, e lei mi accorgo ogni giorno che ha così tanto da offrire, che quasi quasi dovrei pagare io per andare da lei. L’altro giorno mi ha aperto una scatola, e non credevo ai miei occhi, tanto era piena di biglietti che negli anni, gli studenti le hanno consegnato. Io non ho mai amato i miei professori, pacifica convivenza nei cinque anni di liceo, niente di più. Non mi sarei mai sognata di mandargli una lettera o un’email per ringraziarli. Nessuno di loro mi ha rivelato nulla di me, e sto ancora qui ad arrovellarmi l’anima, per capire cosa voglio davvero dalla vita.

18 febbraio
La signora Valeria mi ha spiegato in cosa consistono i suoi problemi agli occhi, così nel dettaglio che a un certo punto mi sono persa, e mi è caduto lo sguardo sul suo gatto nero. Anche Lorenzo ne aveva uno simile. Quando mi sdraiavo sul letto, e non sempre ero vestita, mi veniva addosso. Lui mi diceva: ”Tranquilla non fa nulla”, ma io tremavo dalla paura che i suoi artigli, potessero conficcarsi nella mia pelle. Invece chi l’ha fatto, è stato il suo padrone. Mi ha dato un’unghiata così profonda, che il mio cuore sanguina ancora. La professoressa è arguta, si è accorta che a un certo punto non la seguivo più, e mi ha detto: “Dai Caterina leggimi ancora Madame Bovary, io ti sto annoiando con i miei problemi alla vista”. Io ho negato puntando lo sguardo su di lei, ma era troppo tardi. Mentre leggevo le pagine che mi scorrevano davanti agli occhi, mi sentivo più triste a ogni riga. Quel gatto mi aveva fatto ricordare il mio fidanzato, che un mese prima mi aveva detto che voleva una pausa da me, per poi sparire completamente. Così quando ho declamato: “Ma un infinito di passioni può concentrarsi in un attimo, come una folla in un piccolo spazio”. Mi sono messa a piangere, perché il ricordo del nostro primo incontro, mi è apparso come fosse una presenza. Ho dovuto raccontare tutto alla signora Valeria, ero piegata sulle mie ginocchia, singhiozzavo. Una di quelle scene che odio vedere perfino al cinema. Ancora adesso a ripensarci, me ne vergogno. Per troppi giorni avevo creduto di star bene, dicendo a me stessa che non era la fine del mondo se Lorenzo era sparito dalla mia vita, c’erano cose ben più gravi. Il cambiamento climatico, una guerra in corso, i migranti che muoiono in mare. Come facevo a lamentarmi?

Ho fatto l’opposto di quello che dovevo fare. La sofferenza se condivisa si dimezza, se si tiene per se raddoppia fino a scoppiare. Io mi sono immersa nel lavoro e nello studio, per non guardarmi dentro e piangere e urlare. Sono bastati due ricordi a farmi cadere come una pera cotta. Perché per quanto mi sforzi, cotta di lui lo sono ancora. Mi è capitata la stessa cosa quando mio fratello, mi schiacciò un dito dentro uno sportello, per pochi secondi pensai che non faceva così male, poi mi arrivarono delle fitte da urlare così forte, da fare affacciare la gente ai balconi. Però davanti alla signora Valeria dovevo ritrovare un contegno, sono pagata per leggere, non per metterle in scena la tragedia Greca. Così mi sono asciugata gli occhi, tirando su il busto. Dovevo spiegarle il mio malumore, le ho chiesto se voleva conoscerlo. “Certo che voglio sapere che ti è capitato, cara Caterina”, mi ha risposto. Quel cara era così vero e profondo, lo stesso che lei rivolge ogni tanto a una statuina della Madonna, posata su un centrino verde sul tavolino. Le ho raccontato nei minimi dettagli di quel piccolo bar vicino all’università, dall’insegna rossa e il
bancone di marmo, dove tutto è iniziato. Lorenzo che si avvicina a me, che attacca discorso, io che mi sbrodolo il cappuccino sulla giacca, tanta era l’emozione. Un gruppetto di ragazze che ci guarda ridendo, gli occhi di lui grandi e furbi, che si incollano ai miei. Lui che mi pulisce il giaccone con dei tovagliolini, la pressione delle sue dita sul mio petto. Ero totalmente stordita, una sensazione che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita, un antidoto al tempo che scorre veloce sulla nostra pelle. Lui è incredibilmente deciso, sa cosa vuole, e se lo va a prendere. Aspira a diventare un Magistrato, e sono certa ci riuscirà. Invece io ho fatto legge perché non sapevo a quale Facoltà iscrivermi. Ho seguito Maria, perché mi piaceva l’idea di trasferirmi in una grande città. Io e lei siamo di Cecina, abbiamo fatto il Liceo insieme. Giurisprudenza mi sono detta non è ingegneria, o fisica, con un po’ di buona volontà credevo fosse facile prendere bei voti, e sbrigarmi a laurearmi. Solo adesso mi accorgo che non è così, soprattutto se nel frattempo si lavora. Maria si è stufata, al terzo esame ha detto che preferiva tornare a lavorare al ristorante della zia, che la città è troppo grande e dispersiva.

Ora divido la casa con due arpie di Milano, sempre vestite a puntino, sembrano uscite da una rivista patinata, io al confronto appaio come una scappata da casa di notte, per una scossa di terremoto. L’unica cosa buona è l’affitto molto basso. Il proprietario è lo zio di Maria, a me fa un prezzo speciale. Il quartiere poi è ben servito, e vicino all’università. Se non fosse per questo, sarei già scappata. Senza la mia amica, me ne sto rintanata nella mia stanza come fossi un topo. In questi giorni vado avanti a caffè, per non addormentarmi sui libri. Ci vuole molta tenacia, quella che noto nelle formiche tutte in fila, davanti al mio davanzale. Lavorano incessantemente. Vorrei essere come loro, invece spesso sento le palpebre chiudersi, e mi addormento sulla scrivania. Per questo non prendo bei voti, mentre al
liceo me la cavavo piuttosto bene. Oggi ho aperto il libro di Diritto Civile, però Lorenzo me lo sentivo accanto, come fosse il mio angelo custode. Se l’avessi avuto nella mia stanza, l’avrei abbracciarlo per tutta la notte, o per tutta la vita. Lo sapevo sarebbe finita tra noi, e come poteva durare… Ma che facevo? Gli dovevo dire no, quando mi ha chiesto di uscire? Se ti offrono una coppa di gelato, con la panna montata e la cialda sopra, dubito che qualcuno la rimandi indietro. Mi ha detto che lo incuriosivo e divertivo e che avevo lo sguardo intelligente. Mi aveva visto correre a lezione trafelata, con una sciarpa rossa così lunga, che mi scendeva come lo strascico della sposa, con la quale parlavo maledicendola, perché ci avevo inciampato.

È fatta a mano da mia nonna, ne ha regalata una a me, e una a mia cugina Cinzia, lunghe uguali. Solo che ha preso lei come modello che fa un metro e ottanta, metro io non arrivo al metro e sessanta. Per questo giravo per l’università con la coperta di Linus, piuttosto che con qualcosa che mi riparasse il collo. Ho detto alla signora Valeria che Lorenzo mi diceva: “Ti amo perché hai il viso buffo, sei ironica, e tenace.” Scherzavamo spesso, ci divertivamo insieme. “Signora Valeria, mi mancano tanto le nostre risate, forse più di tutto il resto…” le ho detto. Lei guadandomi mi ha risposto: ”Il dolore ha un’ aspetto grande, ma poi nel tempo si fa piccolo, ha una crescita al contrario”. Mi ha asciugato le lacrime. Visto che si era fatta l’ora di cena, l’ho salutata scusandomi del tempo perso. Le ho detto che le avrei recuperato il giorno seguente, lei mi ha risposto che non se ne parlava proprio. Sono salita nel mio appartamento, e mi sono chiusa in stanza, non avevo nemmeno la voglia di cenare. Mi sono fatta tante domande. La vita che conduco mi appartiene? Il fast food non fa per me, anzi lo detesto, tutte queste leggi mi
offuscano il cervello, i voti bassi mi demoralizzano, li accetto perché voglio andare avanti e laurearmi presto. Forse dovevo fare biologia, come Anna Lisa, ma vivere a Pisa non mi convinceva: troppo piccola. Volevo un cambiamento radicale nella mia vita, ampi spazi, sentivo l’esigenza di uno strappo nella mia esistenza, volevo mettermi alla prova. Abitare con i miei genitori era diventato pesante, loro impongono orari, regole che a me stavano strette. Non dico sbagliassero, ma io desideravo mangiare quando volevo, andare a letto quando lo decidevo io, uscire a bere un bicchiere anche alle undici di sera. Non è che qui nella capitale ho fatto cose assurde, anche perché non ne avrei nemmeno il tempo. Quella che sono, sia a Roma che a New York , o Malibu, è sempre Caterina. Non amo gli eccessi, ma la libertà sì. Vorrei solo capire in che direzione andare. Sicuramente non mi vedo a presenziare a separazioni e divorzi, tanto meno a difendere qualche criminale. Laurearmi mi piacerebbe, per me stessa e anche per far felice i miei, non lo nego. Ricordo quando tornavo a casa con un bel voto al liceo, se si fosse tramutato in una coppa, la mamma l’avrebbe messo nella sua vetrinetta dove collezione piccole statuine, tanto era felice. Adesso vado a dormire, oggi sono stanca, la signora Valeria mi ha detto: “Non essere corrisposti in amore è una sfortuna, non sapere amare lo è di più”. Io so solo una cosa, vorrei essere come queste formiche laboriose, che continuano a muoversi incessantemente sulla mia finestra. Ignare del tempo che passa, e dell’amore perduto.

28 febbraio
Oggi sono scesa dall’autobus diretta all’università e l’ho incontrato. Era vicino alla sua moto, stava riponendo nello zaino un libro. Quando mi ha visto gli si è illuminato il viso. Stavo per perdere ogni punto di riferimento e svenire. Ma non ho ceduto a nessun attacco di panico, e come una formica laboriosa mi sono incamminata verso l’università. Lui mi è venuto incontro dicendomi: ”Caty, che fai? Non mi saluti? Scusami ma ho avuto molti problemi, mia mamma è stata operata, sono uscito fuori di testa”. Io ho reagito dicendogli delle parole piuttosto cattive. Gli ho detto che ero una donna libera perché dico la verità, lui un codardo, che dice parole trappola, per acciuffare la preda. Vedo ancora il suo sorriso storto davanti a me, i suoi occhi incollati ai miei, che imploravano comprensione e
perdono. Ha iniziato a parlare, ma non l’ascoltavo più, i battiti del mio cuore mi rimbombavano nelle mie orecchie, le guance mi stavano andando a fuoco. Sicuramente sembravo un puffo, caduto all’inferno. Guardavo la sua bella bocca muoversi, e avrei voluto fare solo una cosa. Baciarlo. Per ricordarmi la sensazione che si prova. Invece gli ho girato le spalle e mi sono incamminata verso l’università. Lui mi ha gridato: ”Caterina pensa ciò che vuoi, ma sbagli ”, mentre io ho continuato dritta sulla mia strada, se non fosse stato per la sciarpa, sulla quale stavo per cadere, sarebbe stata una bella uscita di scena. Nell’aula magna il professore parlava, ma io con la testa ero altrove, in un altro tempo e spazio, dove c’eravamo solo io e Lorenzo. Mi ha scritto tanti messaggi, vorrebbe incontrarmi. Non ho risposto. Tra poco inizia il turno al fast food, poi nel pomeriggio vado a leggere alla signora Valeria, e infine studio. Mentre quello che vorrei è solo dormire,
perché nessun dolore, nessuna tristezza, quando chiudo gli occhi mi può toccare.

3 Marzo
L’ho incontrato, sì, ieri sera, non potevo andare avanti con i suoi messaggi, non riuscivo più a concentrarmi su nulla. Al lavoro ho dato il caffè a un bambino, al posto della coca cola, a una signora la maionese insieme allo yogurt. Non ci stavo con la testa. Così ho scritto a Lorenzo di vederci dopo cena, al parchetto sotto casa mia. Ci siamo seduti alle nove di sera, su una panchina, abbastanza vicini che i nostri piumini si toccavano. Lui mi ha detto dell’operazione alle ovaie della madre, della sua preoccupazione che potesse essere qualcosa di grave, ma che fortunatamente non lo era. Un discorso ben organizzato, da bravo oratore quale è, ma erano scuse, menzogne, bugie come le si vogliano chiamare, per offuscare la verità. Ero certa fosse stato con un’altra, e che era andata male. Io Caterina tornavo a stuzzicarlo. Ancora per quanto? Lo guardavo parlare, illuminato da un lampione, mentre fumava guardandosi le scarpe da ginnastica, invece di guardarmi negli occhi. Ascoltavo mentre crudeli ricordi di noi due mi assalivano, guardandogli le mani. Osservavo il suo profilo, la fronte coperta da un ciuffo di capelli chiari, il naso dritto, le labbra morbide. Volevo ancora, un’ultima volta, averlo tra le mie braccia. Le coinquiline milanesi erano partite, la casa era vuota, gli ho detto alziamoci e l’ho fatto salire. Ci siamo spogliati senza parlare, nella stanza buia illuminata solo dalla luna piena, che ci guardava dalla finestra. L’ho pregato io di stare zitto, di non giustificarsi più, di non sussurrami frasi fatte. Sentivo solo i nostri respiri. La delusione come un terremoto è arrivata, ricoprendo il mio cuore di macerie. Solo la verità poteva spazzarle vie, quella che Lorenzo non mi ha detto, usando parole ridicole, che mi avevano offeso. Così dopo un’ultima carezza, mi sono fatta forza e gli ho chiesto di andarsene. Lui mi ha domandato se ero seria. Io gli ho citato una frase di Jhon Milton, che avevo letto poche ore prima, dalla signora Valeria. “La mente è un universo e può fare un paradiso dall’inferno, o un inferno dal paradiso”. Lui mi ha chiesto cosa volevo dire, io ho fatto l’avvocato di
me stessa, dicendo che il paradiso che avevamo vissuto, l’avrei trasformato in inferno per me stessa, se gli fossi rimasta accanto. Che per me era finita. Lui si è rivestito borbottando che ero folle, che dovevo farmi vedere da uno psicologo. Ha sbattuto la porta, senza salutarmi. Io ho chiuso gli occhi. Mi sentivo come se mi avessero calpestato l’anima.

15 Marzo
Ieri sono scesa dalla signora Valeria , avevo lo sguardo triste, perché dentro mi sentivo piuttosto malinconica. Mi sono messa a leggere, fino a quando lei non mi ha interrotta dicendomi di guardare fuori. C’era un tramonto pazzesco. Siamo state a mirarlo in silenzio, poi ha detto: ”Non trovi meraviglioso che uno spettacolo del genere, questo rosa, rosso, arancio, siano visibili a tutti, poveri, ricchi, senza distinzioni, e che nessuno possa farlo suo?” Io le ho risposto che non avevo mai pensato al tramonto in questi termini, che lei era sempre così profonda, ed io superficiale, e tonta. Mi ha tirato un orecchio, poi guardandomi seria mi ha detto: “In ogni momento della tua vita vestiti come fossi a una festa, goditi la vita, perché questo è il senso della tua esistenza e del tuo lavoro faticoso, e tutto ciò che ti capita di fare, fallo con decisione, perché poi un giorno non ti sarà più possibile. La tua ricerca della verità, ti porterà lontano, forse anche ad essere un Giudice”. Ho riconosciuto la felicità dentro di me, al suono delle sue parole. Quella è la verità che cercavo, non quella di Lorenzo, quella non mi interessa più.

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