“Bocche Inutili”, un film di Claudio Uberti

La nostra nudità, senza schermo e senza difesa, era doloroso impaccio.

Nell’istante in cui fummo obbligate a deporre i vestiti perdemmo anche ogni rapporto con il mondo esterno;

il nostro corpo non ci apparteneva più, esposto a eventi sconosciuti e pericolosi.

[Giuliana Tedeschi, Questo povero corpo (1946) – Ed. Dell’Orso, Alessandria 2005]

Wellsee e Lucere Film in collaborazione con Rai Cinema presentano BOCCHE INUTILI, diretto da Claudio Uberti, con Margot Sikabonyi, Lorenza Indovina, Nina Torresi, Morena Gentile, Anna Gargano, Sara Zanier, Lavinia Cipriani e con la partecipazione di Patrizia Loreti. Film-evento al cinema: 25, 26, 27, 28 e 29 aprile 2022.

Un racconto duro, crudo, violento, com’è giusto che sia, come forse era ora che fosse, sugli anni più bui della nostra Storia, e finalmente nell’ottica di una femminilità negata e della resistenza delle donne.

CAST ARTISTICO

Margot (Ester), Lorenza Indovina (Lia), Nina Torresi (Giuliana), Morena Gentile (Andra), Anna Gargano (Bianca Maria), Sara Zanier (Dorothea), Lavinia Cipriani (Imma), Patrizia Loreti (Ada).

CAST ARTISTICO

 Regia di Claudio Uberti. Sceneggiatura di Claudio Uberti, Francesca Nodari, Francesca Romana Massaro. Direzione della fotografia di Nino Celeste. Musiche originali di Andrea Guerra. Costumi di Magda Accolti Gil. Montaggio di Marco Guelfi. Scenografia di Paolo Innocenzi. Produzione di Angelisa Castronovo e Antonino Moscatt   per Wellsee e Lucere Film, in collaborazione con Rai Cinema, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna. Distribuzione Galassia Cinema. Ufficio Stampa Reggi & Spizzichino Communication, nelle persone di Maya Reggi, Raffaella Spizzichino e Carlo Dutto, che ringraziamo per averci concesso la visione privata del film.

SINOSSI

La storia, che prende spunto da testimonianze reali e documentate, di donne sopravvissute all’Olocausto, racconta di Ester, ebrea italiana di quarant’anni, che viene lasciata sola dopo che la sua famiglia è stata radunata e portata via. Inviata al campo di transito di Fossoli, stringe una forte amicizia con Ada, ma la mano crudele del destino interviene per rimuoverla da lì in breve tempo. Ester non si perde d’animo, nemmeno quando viene mandata in un altro campo, evitando il convoglio verso Auschwitz che l’avrebbe portata a morte. Con Ada hanno una missione: salvare il bambino che Ester ha scoperto che sta portando dentro di sé; ma cosa rimane della fiducia riposta l’una nell’altra? Ester verrà tradita? Lei ed il suo bambino non ancora nato saranno salvati? Nulla, proprio nulla, verrà risparmiato ad Ester.

La sceneggiatura prende profondo spunto da testimonianze, reali e documentate, di donne sopravvissute a quest’inferno. La location principale del film è il campo di prigionia e concentramento di Fossoli, nell’omonima località dell’Emilia-Romagna (frazione di Carpi. Con l’occasione, merita un plauso il Comune di Carpi per la fattiva collaborazione nella realizzazione del film) allestito dagli italiani nel 1942 e oggi Museo-Monumento del Deportato, punto di riferimento per oltre trentamila visitatori l’anno.

Meritevole di sottolineatura il fatto che questo film per la prima volta, tra tante pellicole dedicata alla Shoah, spiega – come detto – il concetto di femminilità negata, vede la donna protagonista assoluta, ed inoltre fa luce sulla piaga legata alle violenze sulle donne, che non ricordiamo in tanti altri film sulla medesima tematica.

Inoltre, da notare la scelta di utilizzare la finestra come membrana di separazione di due mondi. All’esterno la violenza inaudita e gratuita perpetrata dai nazisti, all’interno della baracca la messa in scena della specificità stessa del femminile, con il suo senso di protezione e di solidarietà.

Peccato per una certa povertà di mezzi economici, produttivi, che limitano in parte la validità di script, interpretazioni e regia. Non sappiamo perché non ci siano gli aiuti ministeriali e quelli continentali del fondo del Consiglio dell’U.E. denominato Eurimages, ma di certo l’opera ne avrebbe tratto beneficio e li avrebbe anche meritati, a nostro modesto parere. In ogni caso, certe dinamiche non sono a noi note.

Come anticipato, si tratta di una storia meritoriamente al femminile, con Margot Sikabonyi che finalmente, a 39 anni, si affranca da protagonista, in questo film, dalla sit-com nazional-popolare “Un medico in famiglia” (dove interpretava Maria Martini), uno dei prodotti più maldestri nella storia della tv italiana. Diplomatasi presso la Scuola di Recitazione Cour Simon di Parigi e la Vancouver Film School, dopo diverse esperienze teatrali, la Sikabonyi è riuscita (non certo per sue responsabilità, tutt’altro) con molta difficoltà a liberarsi dall’immagine di Maria Martini, esordendo al cinema nel 1997 nel film di Luca Barbareschi “Ardena”; poi, ha dovuto attendere il 2006 per “Deadly Kitesurf”, diretta da Antonio De Feo. Quindi, esperienze all’estero, dove non pativa la difficoltà di affrancarsi da “Un medico in famiglia”, prima nel 2011 con “Two Married People”, film canadese  per la regia di Jim Bates; quindi, nel 2014 in “Taipei Factory II”, con la regista Taiwanese Cho Li, mai uscito in Italia. Ha fatto assolutamente centro in questa occasione offertale da Claudio Uberti, dimostrando una maturità di attrice e di donna (è madre di due bambini, di cinque e sette anni di età) che possiede da tempo, che ha costruito con lo studio, la determinazione, il sacrificio, ma che con difficoltà le ha fatto sin qui trovare spazio in Italia.

Tra le altre interpreti, spicca la straordinaria Lorenza Indovina. Dopo essersi diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” nel 1991, ha lavorato per il teatro, il cinema e la televisione. L’esordio risale a “Il trittico di Antonello”, film del 1992 diretto da Francesco Crescimone. Negli stessi anni debutta anche in televisione, dapprima ne “Il cielo non cade mai” e poi in “Non parlo più”. Di lì a poco recita ne “La scorta”, film di Ricky Tognazzi seguito da “La ribelle – Storia di Enza”, dove interpreta la sorella di Penelope Cruz. Dal dramma passa alla commedia con facilità e con il plauso della critica. Nel 1997 è stata nominata al David di Donatello come ‘miglior attrice non protagonista’ nella pellicola drammatica “La tregua”. La sua interpretazione nel film “Un amore”, regia di Gianluca Maria Tavarelli, le è valsa un’altra nomination, stavolta come ‘miglior attrice protagonista’, ai David. 

Completano il cast: Nina Torresi, romana, classe 1990, diretta – tra gli altri – da Giulio Manfredonia, Monica Vullo, Margarethe Von Trotta, Marco Pontecorvo, Riccardo Donna e Fausto Brizzi; Morena Gentile, finalista di Miss Italia alcuni anni fa, viene subito notata e partecipa a film e fiction, tra le quali quella dedicata a Rita Levi-Montalcini; Anna Gargano, barese, classe 1992, attrice dal 2017, quando ha completato gli studi artistici, con diverse esperienze teatrali già alle spalle, ed il film “L’ombra di Caravaggio”, diretto da Michele Placido, prossimamente in sala; Sara Zanier ha esordito su La7 nel 2003, ma dopo gli studi di recitazione sono arrivati ruoli in fiction e film-tv su Italia 1, Canale 5, Rai 2, ed altre ancora, fino – nel 2018 – a recitare come protagonista femminile al fianco di Beppe Fiorello nel film-tv “Il mondo sulle spalle”; Lavinia Cipriani, attrice, doppiatrice e fotomodella viterbese, classe 1989, si è diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, per poi lavorare in numerosi film e fiction, tra cui: “Gli ultimi saranno gli ultimi” (2015) di Massimiliano Bruno, “La cena di Natale“ (2016) di Marco Ponti, “Piccoli omicidi tra amiche” diretto da Simon Barrett; Patrizia Loreti, romana, attrice di formazione teatrale diplomatasi al Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Gigi Proietti, ha fatto parte del gruppo comico ‘La Zavorra’, per poi debuttare al cinema nel 1984 in “Così parlò Bellavista”, di Luciano De Crescenzo, ed essere successivamente diretta da Lina Wertmuller, Neri Parenti, Pino Quartullo, Giovanni Albanese, Ferzan Ozpetek, Riccardo Milani, Francesca Archibugi.

Il regista, Claudio Uberti, è nato a Chiari (Brescia) nel 1975. Ha completato gli studi di regia nel 1999. Illuminante l’incontro con Lina Wertmüller, con la quale ha condiviso molte esperienze in cinema, televisione e teatro. Ha diretto numerosi documentari. Nel 2015 ha debuttato come regista di lungometraggio di finzione con il film “Rosso Mille Miglia”, interpretato da Martina Stella.

Chiudiamo proprio con le dichiarazioni del regista alla stampa. “La peculiarità che attraversa il film e ne segna l’originalità è caratterizzata dal concetto  dominante di femminilità negata. Concetto questo che, se per un verso fa luce, per la prima volta, su un non-detto circa la resa cinematografica della Shoah, per l’altro fa segno, sia pure indirettamente, alla piaga legata alla violenza sulle donne. (…) La luce abbagliante della garitta ha la funzione di mostrare il pervicace tentativo di spogliare queste donne del loro stesso corpo, della loro più intima natura. Essa, che nella notte di Ravensbrück, pare costituire l’unico spiraglio di luce e, quindi di orientamento per le prigioniere, in realtà      nella sua temibile ambivalenza, genera l’effetto contrario: non le salva, non le protegge, ma le fa sentire braccate. In quell’abbaglio la minaccia di morte può diventare realtà.”

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