Il cimitero che fa parte della città

1. C’è un luogo nella città…C’è un luogo nella città dove ci si muove solo a piedi. Perciò si cammina adagio, si ha tempo per guardarsi intorno, leggere qualche scritta, notare qualche fiore, commentare la bellezza o la stranezza di un monumento. Lo sguardo si ferma anche sulle tombe dimenticate e si interroga sulle vicende umane, la loro precarietà e gli interrogativi sul senso della vita e della gloria terrena.       
C’è un luogo della città dove il dialogo si può fare anche senza parlare. Il ricordo fa risuonare parole udite in altri tempi. L’immagine permette di ripercorrere vicende, rapporti, speranza condivise, dispiaceri, ferite. Il bene fatto, il bene ricevuto, il male fatto, il male subito entrano nel dialogo senza parole, nella memoria che sembra solitaria e invece è corale.
C’è un luogo della città dove non si può evitare il pensiero della morte, dell’inevitabile passaggio, del finire di quello che è cominciato. Il qualsiasi, il ciascuno, nessuno è così speciale che non debba piegarsi all’esito iscritto nella precarietà fin dal venire all’esistenza: il glorioso e l’insignificante, lo scandaloso e l’edificante, il ricco e il povero. Tutti sono attesi dalla nera signora. Ma nel luogo dove non si può evitare il pensiero della morte, alcuni si rassegnano come all’ultimo appuntamento e cercano di esorcizzare il brivido che percorre la schiena quando ci si pensa seriamente, evitando di pensarci seriamente; altri invece accendono un lume e dicono una preghiera, professano una speranza, avvertono una presenza amica che abita una dimensione inaccessibile ai sensi, ma non all’anima e alla fede. C’è un luogo nella città dove tutti stanno insieme, buoni e cattivi, gente che ha fatto del bene e gente che ha rovinato la vita di molti, persone illustri e persone sconosciute, gente che è venuta da chi sa dove e gente che è nata, cresciuta, vissuta e morta in città.

2. Com’è una città in cui ci sono i cimiteri? I cimiteri nella città forse talora sono una presenza ingombrante, forse talora si pensa che sarebbe meglio che non ci fossero; alcuni pensano che sarebbe meglio disperdere le ceneri in qualche nessun luogo e dimenticare tutto, dimenticare persino la morte, e vivere come se non ci fosse. Ma le città dove i morti sono custoditi in un luogo in cui ci si muove solo camminando, in un luogo in cui si vivono dialoghi anche senza parola, in cui ritorna il pensiero della morte, in cui tutti stanno insieme accomunati dell’unico destino, forse può lasciarsi istruire proprio dalla presenza dei cimiteri.

La presenza dei resti dei morti che si raccolgono in un luogo comune forse invita la città a riconoscere una vocazione alla comunità: non siamo fatti per la solitudine ma nasciamo in una comunità e andiamo a finire in uno spazio comunitario. Siamo fatti per stare insieme, da morti, e perciò anche da vivi. Questo suggerisce di contrastare la tendenza alla gestione privatistica della morte, alle ceneri dispersi chi sa dove, alle ceneri conservate negli spazi del privato e perciò sottratti alla preghiera, al ricordo comunitario. La presenza dei cimiteri e del loro messaggio nella città può aiutare la città a coltivare alla saggezza: molte cose che sembrano importanti, passano presto e non lasciano nulla; molte ambizioni, aspirazioni, presunzioni sono irrise dalla morte, che sorprende, interrompe, stravolge e anche dalla morte che ritarda, che si fa aspettare troppo, che mortifica la bellezza, l’efficienza, la lucidità nello spettacolo desolante della infermità della vecchiaia.

La presenza dei cimiteri tiene viva la domanda sul senso del tutto e invoca la risposta. Il Vangelo risponde con l’annuncio della speranza, con la promessa di un approdo che sconfigge la morte e fa risplendere la beatitudine.
Per questo la città laboriosa fino alla frenesia, creativa, intraprendente proiettata verso il futuro può riconoscere nei cimiteri, nella visita ai cimiteri, nella celebrazione della Messa nei cimiteri un invito a essere città saggia, paziente, capace di coltivare pensieri di modestia e di speranza e di resistere alla troppo facile tentazione dell’esasperata ricerca del successo precario, della ricchezza che il tempo consuma, della potenza con i piedi di argilla.

Mario Delpini

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INDULGENZA

Dal mezzogiorno del 1 Novembre a tutto il 2 novembre si può lucrare, una volta sola, l’indulgenza plenaria, applicabile soltanto ai defunti, visitando in loro suffragio una Chiesa o un Oratorio pubblico o anche semipubblico per coloro che legittimamente lo usano. Durante la visita si devono recitare un Padre Nostro ed un Credo. Si devono inoltre adempiere a suo tempo le solite tre condizioni previste per la concessione delle indulgenze, vale a dire:

–     Confessione Sacramentale

–     Comunione Eucaristica

–     Preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre (a scelta dei fedeli; per esempio un Padre Nostro e un Ave Maria).

Le tre condizioni possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la Chiesa o l’oratorio; tuttavia è conveniente che la santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita

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