Le Paralimpiadi sono una cura per il nostro sguardo invalido

Quando piccoli ci dicevano: “Non guardate, non guardate, occhi a terra”. Non era per proteggere noi, era per proteggere lui, o lei, o loro: chiunque avesse una deformità, un difetto evidente, una menomazione fisica. Le voci sibilanti erano piene di allarme, di paure, ci mettevano in agitazione perché non comprendere subito cosa volessero era punizione sicura. E per molto tempo non capivamo quale fosse il limite, il confine oltre il quale non era lecito guardare il corpo degli altri, provare curiosità per la forma di altri corpi.

In realtà, quel modo non faceva che confermare la frattura, la separazione definitiva tra la norma e l’eccezione, anche se gli intenti erano buoni (intenti buoni che hanno lastricato vari inferni e hanno sempre prodotto mostri, noi). Infine, avevamo interiorizzato, entravamo in agitazione da soli, quando appariva qualcuno in sedia a rotelle, o con difetti o menomazioni fisiche evidenti. Sguardo basso, silenzi assordanti, camminate oltre il marciapiede e quelle parole riecheggiavano da sole plasmando la nostra deformazione definita, la menomazione definitiva.

Oggi il mondo è diverso, non migliorato ma diverso. Oggi guardiamo quegli arti mancanti, quei corpi mozzi, scomposti, corpi interrotti che fermano il fiato e fanno chinare il capo, con una remota consapevolezza (l’imbarazzo dello sguardo), con un remoto sollievo (“… infine, sono stato fortunato”…), con una remota vergogna di aver sempre disprezzato ed incompreso la diversità…Oggi, questi atleti, queste atlete coraggiose e smaglianti, che gareggiano e festeggiano, hanno gesti di tale pienezza e forza che generano incanto, e cerchiamo di usarli come cura per il nostro sguardo mutilato, imperfetto. Il nostro sguardo sì, invalido. Ma il cammino, dopo attimi di stupore è ancora lungo e lastricato di inganni, di imperfezioni e dietro l’angolo, aleggia l’indifferenza che forse, tra i tanti mali, le tante deformità, è la peggiore perché mette le radici della negligenza, della conformità accettata e della svogliatezza di migliorare noi stessi e quel che ci gira intorno.

Oggi è il momento di alzare gli occhi, di guardare quei sorrisi non solo per quel momento di gioia, ma con la volontà di scacciare quei demoni del passato.Oggi è il momento di rendere quelle deformità corpi “normali” imparando che la mancanza di un “pezzo” non rende l’insieme inutile…

Torregiani Alberto

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