Tutti noi siamo come Silvia Romano, innamorati dei nostri carnefici

A Silvia, rimembri ancor quel tempo, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi..

Ora scavati da un anno e mezzo di brutale realtà, vissuta in una terra lontana, una cultura diversa, la guerra e la fame che attanagliano un popolo di colori e sfumature diverse…

Dove gli occhi di un bambino anelano un sorriso, dove le meraviglie della natura fanno da contrasto alla brutalità umana, che di umano forse non ha più molto.

Dalla satira all’insulto, alle minacce, i sassi lanciati alla finestra, la folla di fotografi e quel manto verde che fa da messaggio di sottomissione. Gli occhi pieni di speranza, la felicità di riabbracciare la sua famiglia. Silvia è una donna che ha attraversato la sua vita, consapevole o no di quanto stesse per succedere.

Quello che Silvia non sa è che diventata “oggetto di scontro” per una politica italiana troppo lacera, trofeo di una fazione che sperpera miliardi di euro a suffragio di task force, mentre la gente si uccide o distrugge il banco della sua attività perché oramai non potrà più riaprire.

Logoro dalle spese che ha dovuto sostenere, che questo governo non ha saputo ridimensionare, aiutando concretamente il popolo ad affrontare una crisi ineguagliabile. Portata dall’emergenza Covid-19, che ha visto l’intero paese in sofferenza e abilmente illuso di una serie di provvedimenti che sono valsi come aria fritta.

Silvia, presa di mira, a mio avviso, da un popolo stanco, a pezzi, messo alla gogna ed in balia dei più neri sentimenti e dalla propaganda politica che per colpire l’attuale formazione di governo lascia che il proprio seguito si scagli con una ferocia tante volte subìta, che la gente cova insieme a troppa frustrazione.

Siamo alla mercé di uno stato che sta annaspando, non è chiaro quale sia il suo reale obiettivo o quali interessi stia facendo in realtà. Dove la rabbia prevale e la coscienza è ormai in preda al panico più totale, tempestati di notizie che confondono e guidano verso la guerra contro il mondo, tra noi stessi che, ad oggi, non riusciamo più a distinguere la vittima dal carnefice.

Dovremmo prendere esempio da quei popoli che sanno guardare al vicino come un fratello, che si alzano contro un governo ignobile, anziché concentrare le forze contro chi è nella nostra stessa situazione, vittima anch’esso di una politica che ha altri obiettivi e che lascia la sua gente nel martirio di un frigorifero vuoto.

Stiamo perdendo ciò che fa di noi degli esseri umani, lasciando che qualcun altro scenda in piazza, ridendo di loro e sferrando battutine al vetriolo, non contemplando che quel tempo arriverà per chiunque. Quel tempo in cui anche il sorriso dei nostri figli si spegnerà davanti a questi genitori che non hanno reso il loro futuro degno di essere vissuto. Quando la maturità aprirà i loro occhi e li costringerà a vedere che la poltrona è comoda per tutti, ma che quelli che un tempo erano i nostri eroi, perché ti sollevavano con le braccia per fare l’aeroplano o che da un mucchio di farina facevano magicamente apparire una torta, sono gli stessi che si sono voltati di spalle quando c’era da combattere per una vita che non avrà né orizzonti né profumo di libertà.

Qualcuno sostiene che la ragione di quella ragazza sia stata deviata da uno stato di terrore immane, che si desterà da questa sua agonia divenuta dimensione accettabile, perché è questo che fa il corpo, si adatta anche alla peggiore sofferenza. Ricreando le condizioni per sopravvivere a quanto succede intorno a noi. Se provassimo a ragionare autonomamente, molti dovranno ammettere che tutti noi siamo Silvia, che siamo sopravvissuti agli stenti, al dolore ed abbiamo amato i nostri carnefici per puro spirito di sopravvivenza, adattandoci a quella che definiamo vita, finchè non ci rendiamo conto che c’erano orizzonti e tramonti oltre il confine del nostro sguardo intrappolato però nelle gabbie dei nostri sentimenti.

Non è la povertà il vero limite, ma l’inerzia e l’ignoranza.

Sara De Ceglia

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