Pane vero: non pappette insapore. Gli ignavi, ovvero quelli che non prendono posizione.

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare degli ignavi.

Dante ce ne parla nel III canto dell’Inferno, subito dopo aver attraversato il famoso portale su cui sta scritto: “Per me si va ne la città dolente” (v. 1). Molti pensano che quella sia la porta dell’Inferno e, in senso lato, è così, ma l’Inferno è una “casa” con qualche pretesa di grandezza e, quindi, non si entra subito nelle sale di rappresentanza, ma si attraversa un ampio ingresso: l’Antiferno.

Anche se noi, quando la nostra casa dispone di un andito d’ingresso, cerchiamo di renderlo bello e accogliente e invece Lucifero fa tutto il contrario, l’intento è lo stesso: mostrare sin dai primi passi il tono generale della casa. Per farlo, nel caso dell’Inferno, non c’è niente di meglio che accogliere i nuovi arrivati con “sospiri, pianti e alti guai” che “risonavan per l’aere sanza stelle” (vv. 22-23), giusto per far capire cosa li aspetta.

Nell’Antinferno, infatti, dimora per l’eternità un gruppo ben nutrito di dannati: gli ignavi. La loro punizione, a ben guardare, non è tra le peggiori: gli ignavi rincorrono senza posa uno stendardo, mentre “mosconi e vespe” (v. 66) li pungono facendoli sanguinare; il sangue si raccoglie sul terreno fangoso, dove se ne nutrono “fastidiosi vermi” (v. 69). Non un bel quadretto, insomma, ma fisicamente – per quanto lo si possa dire parlando di anime – ci sono pene peggiori. La vera pena di queste anime, però, consiste proprio nel fatto di dover rimanere nell’Antinferno, cioè di non essere ammesse nell’Inferno vero e proprio.

Dante dice che “Caccianli i ciel per non esser men belli, / né lo profondo inferno li riceve, /ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli” (vv. 40-42) e anche “che questa era la setta d’i cattivi, / a Dio spiacenti e a’ nemici sui”. In pratica si tratta di anime che in vita hanno avuto un comportamento talmente infimo che i Cieli le rifiutano perché non possono sporcarsi con peccatori di quello stampo e contemporaneamente l’Inferno non le vuole perché non sono anime abbastanza peccatrici. Dante dice addirittura che si tratta di “sciaurati, che mai non fur vivi” (v. 64) o, per citare un’espressione decisamente più nota, “che visser sanza ’nfamia e sanza lodo” (v. 36).

Dante si accanisce sugli ignavi come con poche altre anime dannate e lo fa perché “Mischiate sono a quel cattivo coro / de li angeli che non furon ribelli / né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro” (vv 37-39). Ecco ben chiara, quindi, la colpa di queste anime: non si sono mai schierate; non hanno mai preso posizione, né per il bene né per il male.

Dio ha dato all’uomo il libero arbitrio e il discernimento affinché fosse libero di scegliere se compiere il bene o il male, ma fosse anche in grado di comprendere cosa fossero bene e male e, quindi, di assumersi consapevolmente le proprie responsabilità in un caso come nell’altro. La gravissima colpa degli ignavi è quindi la decisione (se mai ne hanno presa una in vita loro) di non scegliere né il bene né il male; così facendo, sono rimasti tiepidi, insipienti. Sono “a Dio spiacenti e a’ nemici sui” perché non hanno avuto sapore, non sono stati il sale della terra (Mt. 5: 13-16). “Mai non fur vivi” perché si sono lasciati vivere, galleggiando sulle decisioni altrui per non farsi troppo male. Potremmo tirare in ballo un altro grande della nostra letteratura e ricordare quale ottimo esempio di questo atteggiamento il don Abbondio di Manzoni.

Il contrappasso di queste anime è dunque chiaro. Sono costretti a rincorrere uno stendardo (cioè a inseguire con forza uno scopo fittizio) di cui non ci viene descritto lo stemma e che in genere i critici ritengono assolutamente bianco (simbolo della mancanza di scopi nella loro vita terrena) e sono stimolati da insetti che rappresentano l’assoluta mancanza di stimoli e attività finché erano in vita.

In questo periodo il lasciarsi vivere, accettando l’inerzia che ci avvolge giorno dopo giorno”, è una tentazione forte. Cosa possiamo fare, chiusi come siamo tra quattro mura?

Non dobbiamo cadere in questa pericolosa tentazione. Il Cristiano deve sapersi consapevolmente schierare, nei pensieri, se non può nei fatti. Gli ignavi sono i tiepidi che Dio vomiterà dalla bocca (Ap. 3: 15-16), quindi noi tutti siamo chiamati ad essere ferventi. Anche se adesso sembra che ogni decisione sia inutile, dobbiamo essere consapevoli che non è così; dobbiamo continuare a rimanere saldi nella nostra fede, ad alimentare il fuoco, perché solo così, quando potremo di nuovo muoverci, essa traboccherà dai nostri gesti e dai nostri volti e – magari – sosterrà anche chi ha vacillato più di noi.

Certo, non possiamo essere perfetti e ognuno di noi ha comprensibili momenti di scoramento, ma sforziamoci, almeno, di prendere posizione nel nostro cuore, di rinsaldarci, così da non rischiare di avere una “vita tanto bassa” da essere persino sdegnati da “giustizia e misericordia” e da non lasciare “fama” di noi nel “mondo” (vv 47-50).

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