Tutelare la salute dei cittadini non vuol dire obbligarli a seguire quello che un gruppo di tecnici crede giusto

Volevo condividere con voi tre riflessioni che ho fatto in questi giorni. Mi rendo conto che si tratta di pensieri semplici e vi chiedo scusa anticipatamente per la mia scarsa profondità.

1. Troppo spesso ho dato per scontata la vita. Quasi che questo bel mondo che mi circonda e gli affetti che vivono con me siano eterni, intoccabili e immortali. Ho nascosto ai miei occhi quella che è una verità da cui non si può e non si deve fuggire. La morte è una parte costitutiva di noi e ci segue come un’ombra fin dalla nascita. Non per questo però dobbiamo averne paura. Scoprirci fragili, non autosufficienti, mortali appunto ci ricorda che il tempo che abbiamo da vivere non va sprecato appresso a cose futili; e ci invita con forza all’amore reciproco. Io ho bisogno degli altri ma anche gli altri, un pochino, hanno bisogno di me. Non è meraviglioso?

Un giorno San Francesco ebbe perfino il coraggio di chiamare la morte “sorella”, chissà se io avrò mai tanta forza.

2. Sento spesso parlare della necessità da parte dello Stato e delle istituzioni di “tutelare la nostra salute”. Mi sembra giusto. Bisogna però accordarsi su cosa si intende per “tutela”. E’ ragionevole che lo stato metta gli uomini nelle condizioni di vivere in modo sano ed equilibrato; ben altra cosa, invece, è il sostituirsi alla coscienza di ciascuno di noi, costringendoci in modo unilaterale ad un comportamento che un gruppo di tecnici crede giusto. A mio modo di vedere, quando si parla di “salute” non bisogna mai scordare che si sta parlando di “salute della persona umana”. Come sancito dalla nostra Costituzione, la “persona” ha una serie di bisogni, di progetti, di speranze, di diritti, di doveri, non sopprimibili. Appiattire l’essere umano su di una unica dimensione, come se fosse solo un corpo da “tutelare”, è non solo estremamente rischioso ma terribilmente stupido.

3. Ieri sono andato in chiesa a pregare. Seduta in fondo alla sala, c’era una anziana signora che, come mi ha visto entrare, mi ha chiamato a sé.

   – Le gambe – mi ha detto, profondamente mortificata – oggi non mi reggono, potresti aiutarmi ad uscire?

   – Ma certo – ho risposto e, prendendo l’anziana signora sotto braccio, l’ho scortata fino alla soglia di casa sua. Prima di rincasare, la donna mi ha stretto la mano e con gli occhi un po’ umidi ha detto:

   – Caspita come siamo stati veloci, e che abbiamo messo la “Supercortemaggiore”? 

   Che tenererezza! Si riferiva a quel mitico spot di Franca Valeri, che per me è un semplice documento storico, per lei invece è viva memoria.

   Ora, se mi si dice che quello che ho fatto è stato illegale e così irresponsabile da mettere a repentaglio la salute dell’anziana e dei miei cari. Perché così dicono diversi scienziati alla TV. Allora, rispondo: beati i poveri si spirito! 

Paolo Velonà

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