L’aborto nel cinema: considerazioni etiche inerenti l’aborto rappresentato sul grande schermo

Le tematiche riconducibili al vasto mondo della bioetica, sono sempre più frequentemente oggetto di attenzioni mediatiche, trovandosi anche al centro di storie per il grande schermo. È importante, per questo, essere spettatori consapevoli, al fine di rispondere adeguatamente alle provocazioni lanciate attraverso i mezzi mediatici in generale, ed il cinema in particolare, su tematiche nelle quali le forze politiche e sociali – scontrandosi di netto – cercano il consenso dell’opinione pubblica, la quale deve farsi trovare competente quanto più è possibile.

Non possiamo non notare l’uso distorto che nella settima arte è stato messo in atto su questioni bioetiche, al fine di dar vita a prodotti filmici apparentemente innocui e commerciali, ma realmente capaci di dirottare le masse verso un pensiero pericolosamente disinvolto ed improprio circa tali questioni etiche e morali.

Ho già trattato, in passato, del preoccupante uso dei media – cinema in testa – per capovolgere valori etici e morali, svuotare il senso della religiosità, imporre comportamenti pressoché antitetici al personalismo cristiano, in atto da decenni. Ciò sta avvenendo anche per i grandi temi della bioetica, sviliti a materia da horror fantascientifico (relativamente a clonazione, utilizzo degli embrioni, etc.) o ad isola felice di approdo degli odierni egoismi (circa gli sviluppi della ricerca scientifica che, con mezzi equivoci,
assicurerebbero salute, bellezza e godimenti pressoché eterni, non prendendo minimamente in considerazione problemi etici e morali a ciò strettamente correlati).

Il cinema – pur essendo una delle forme artistiche più recenti, con poco più di un secolo rispetto ai millenni di teatro e letteratura – vanta un’importanza fondamentale, avendo superato – per popolarità e per capacità di catturare il pubblico – le altre forme artistiche.

Oramai, l’immagine vanta una superiorità sulla parola scritta. Così com’è stato epocale il passaggio dall’oralità alla scrittura nella trasmissione del sapere, così si vive in una transizione che va dalla scrittura all’immagine. Il cinema, in particolare, è un grande elemento di diffusione di modelli di comportamento, che vengono imposti attraverso le immagini. Questo vale
per il cinema così come per la tv, ma anche per altri mezzi che attualmente si vanno affermando, come internet. Comunque, l’universalità del prodotto cinematografico non trova eguali. Uomini e donne di ogni razza, età, cultura, continente, vanno a vedere lo stesso prodotto che si afferma come fenomeno planetario.

Grazie a questa capacità di penetrazione, il cinema ha fortemente contribuito, e continua a farlo, a disgregare quelli che erano i valori fondamentali di riferimento, manipolando le masse, soprattutto in Europa ed in America, e traghettandole da un’etica forte ad un’etica
nichilista, relativista. Tutto ciò avviene anche per i temi legati alla bioetica, con tanto di frequenti attacchi, palesemente voluti, contro le posizioni della Chiesa Cattolica e contro il cosiddetto modello personalista.

Ciò premesso, negli ultimi anni si sta assistendo ad un moltiplicarsi di films sull’aborto; un fenomeno cresciuto in parallelo all’altrettanto crescente dibattito sociale e politico sul tema, tanto da non apparire una pura casualità. Il tema dell’aborto apparirebbe più legato agli anni Settanta ed ai primi anni Ottanta, quelli delle battaglie culturali femministe. In quel periodo storico, il mondo laico occidentale aveva combattuto quella che – con scellerata autoreferenzialità– era stata definita una battaglia di civiltà, imponendo – di fatto – importanti strumenti legislativi in favore del ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza.

Pertanto, si tratterebbe apparentemente di un fenomeno di qualche decennio fa; un tema che una parte della società e della politica vorrebbe non più dibattuto. Niente di più sbagliato. È, difatti, sempre più vivo il dibattito sull’aborto e, non a caso, il cinema partecipa ad esso.

Fortunatamente, non mancano esempi coraggiosi, come vedremo più avanti, di registi e produttori fortemente critici verso il ricorso all’IVG.

Ho pensato di trattare l’argomento con l’ausilio di una rosa di pellicole sul tema, contenente sia gli esempi maggiormente vicini che quelli più marcatamente lontani dalla sensibilità cattolica e dalla filosofia persona-
lista.

Tra i films presi in considerazione, il più datato risale a vent’anni fa; mentre ben cinque titoli sono assai recenti.

“Decalogo – 2” (Polonia, 1988), diretto dal compianto Krzysztof Kieslowski, è interpretato da Krystyna Janda, Alexander Bardini ed Olgierd Lukaszewicz. “Decalogo” è il titolo di un insieme di dieci mediometraggi, di circa un’ora ciascuno, realizzati dal regista polacco Krzysztof Kieslowski. Il titolo è affiancato, in tutti gli episodi, dal numero progressivo della serie, che corrisponde a quello del comandamento di Dio cui il regista intende ricollegarsi, fornendo sempre spunti morali molto apprezzabili. Il secondo episodio, risulta essere straordinariamente efficace per la tematica in questione, con un Kieslowski che ci fornisce una moltitudine di spunti di riflessione in 57 minuti di pellicola. In breve, la sinossi del film. Una donna ha il marito in fin di vita in ospedale ed un figlio in grembo, frutto di una relazione extraconiugale. Vorrebbe sapere se il marito si salverà o no, per decidere – di conseguenza – se abortire o meno. Il primario dell’ospedale,
pressato dall’insistenza della donna che vuole avere una risposta certa sul futuro del marito (e, pertanto, del proprio futuro e – soprattutto – di quello del figlio concepito), si trova di fronte ad un delicatissimo dilemma etico. Il medico consiglia alla donna di non abortire; suo marito è talmente peggiorato che non sembra avere possibilità di salvarsi. Lei porta avanti la gravidanza, ma il marito guarisce. Kieslowski non fa capire apertamente se il primario abbia mentito per salvare la vita nascente, memore dei propri figli persi in un incidente e – conseguentemente – consapevole dell’importanza della vita, o se vera mente abbia creduto che l’uomo stesse morendo. Molti particolari fanno decisamente propendere per la prima ipotesi. Meritevole l’intuizione con la quale il regista polacco lega il Secondo Comandamento – “Non nominare il nome di Dio invano” – al tema dell’aborto, anche a voler sottolineare la bestemmia della non accettazione di una nuova vita già concepita (pertanto, indubitabilmente già in essere) e l’arroganza nei con fronti di Dio con la quale ci si accosta all’aborto, già nella fase in cui si decide di prendere in seria considerazione di ricorrervi. Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali: il Premio Fipresci alla Mostra di Venezia 1989, il Nastro d’Argento Europeo 1990, il Premio della Critica al Festival Internazionale del Cinema di San Paolo 1989, il Premio del Sindacato Critici Cinematografici Francesi 1991.

Il secondo titolo che sottopongo all’attenzione dei lettori è “L’amore imperfetto” (Italia-Spagna, 2001), per la regìa di Giovanni Davide Maderna, con Enrico Lo Verso e Marta Belaustegui. L’imperfetto del titolo, riconduce alla domanda che sta alla base dell’ottimo film di Maderna, passato quasi inosservato, anche per via di una distribuzione fallimentare. La domanda è la seguente: è imperfetto l’amore che lega ad un bambino destinato alla morte ancor prima di nascere? Conseguentemente, nasce una seconda domanda: è imperfetto l’amore per una vita che nasce, solo perché anche questa è imperfetta? E possiamo trovare una terza domanda chiave all’interno del film di Maderna: fino a che punto possono spingersi la fede e la speranza se il bambino che Angela (la protagonista) porta in grembo è già destinato a non vivere? Anche in questo caso, è opportuno stilare una breve sinossi per meglio comprendere di cosa parliamo. Sergio ed Angela sono due giovani sposi che aspettano il loro primo figlio, tanto desiderato; sanno già che nascerà con una gravissima malformazione cerebrale
che lo condanna a morte certa, ma sperano in un miracolo. Quando la gravidanza giunge a compimento, il bimbo nasce con la patologia diagnosticata; i due giovani si lasciano travolgere dal dramma che rende impossibile qualsiasi dialogo, distruggendo la vita di coppia. In realtà, e questo particolare è di fondamentale importanza, va distinta la posizione della donna, che ha fede, da quella dell’uomo, che non crede. Angela, la moglie spagnola di Sergio, è addolorata, il che è umanamente ben comprensibile, e dopo aver portato alla luce il bimbo, sorretta da
una profonda fede in Dio, che la sosterrà anche nel quasi immediato drammatico distacco dal figlio, si distingue dal marito, il quale – non condividendo la fede – finirà nella disperazione più cupa, senza via d’uscita. La giovane donna, tanto coraggiosa quanto già provata dal dolore, deve soffrire anche per la lontananza affettiva e spirituale del proprio marito, conseguente all’antitetico modo di vivere ed elaborare il dramma vissuto.
Il film, per stessa ammissione del regista, è ispirato ad un fatto di cronaca, peraltro non particolarmente noto, e si muove tra fede, speranza ed incomunicabilità, e si presta (ove fosse rintracciabile in futuro in dvd, non essendo stato snora reso pubblico in tale supporto) ad intense riflessioni, anche alla luce delle esemplari e reali esperienze di associazioni quali “La Quercia Millenaria ONLUS” dedite proprio all’accompagnamento delle coppie che affrontano il dramma di una gravidanza patologica.

Proseguendo, nel rispetto dell’ordine cronologico di uscita dei films di cui ho scelto di occuparmi, incontriamo una pellicola eticamente assai lontana da quelle precedentemente trattate: “Il segreto di Vera Drake” (Gran Bretagna, 2004), di Mike Leigh, con Imelda Staunton, Philip Davis, Peter Wight, Adrian Scarborough, Heather Craney e Daniel Mays. Il film, se eccellente da un punto di vista meramente tecnico, rappresenta invece uno
dei messaggi più negativi che il cinema abbia saputo dare circa il tema dell’aborto. Per questo motivo si pone alla nostra attenzione come un chiaro esempio di come un’apparentemente innocua storia possa in-
stillare ingannevolmente, nello spettatore meno solido moralmente, un metro di giudizio favorevole al ricorso all’aborto. Questa pellicola è esemplare per chi intende smascherare quei linguaggi che, in maniera oc-
culta, cercano di modificare la già fragile coscienza di una parte degli spettatori. Il film, vincitore del Leone d’Oro alla 61ma Mostra del Cinema di Venezia, racconta una storia molto cruda e toccante, ambientata in Inghilterra, negli anni Cinquanta. Vera Drake è una donna che si prodiga per tutti (per la sua famiglia, per un vicino di casa malato, etc.); ma quello che pochi sanno è che Vera aiuta le ragazze ad abortire. Una pratica illegale, che la donna compie per altruismo, senza preoccuparsi delle conseguenze morali e legali, nonché di quelle legate alla salute delle ragazze sulle quali interviene. La donna finirà in galera quando la Polizia scoprirà la sua attività illecita. Incredibilmente, il film tratteggia la figura della protagonista come quella di una povera donna, profondamente buona, che subisce l’inverosimile ingiustizia di finire in prigione solo perché aiuta il prossimo! Il regista si dichiara apertamente a favore
dell’aborto, e lo fa servendosi di una storia. Occorre smascherare quei
linguaggi che, in maniera occulta, cercano di modificare la già fragile coscienza di una parte degli spettatori nella quale dipinge come
buoni e disgraziati coloro che, nella realtà, uccidono un feto con un candore ed un’innocenza che sono frutto per lo meno dell’ignoranza della realtà dell’uomo -con una visione antitetica a quella personalista- se non del più truce egoismo. Per Leigh, Vera Drake è un’anima pura, e chi la condanna non è al passo con i tempi e con le necessità della povera gente. Come detto, il film di Mike Leigh si è aggiudicato il Leone d’Oro a Venezia nel 2004, ed il verdetto di quell’edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ci for nisce un’ulteriore occasione di riflessione su come il cinema affronti le più delicate tematiche bioetiche, spesso premiando (in tutti i sensi) le pellicole più eticamente fuorvianti: in quell’occasione la giuria incorona con il Leone d’Oro “Vera Drake”, con tanto di Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile alla protagonista, Imelda Staunton.

A ulteriore conferma di quanto affermato, il secondo premio – il Leone d’Argento – va allo spagnolo “Mare dentro”, di Alejandro Amenàbar, con l’aggiunta della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile al protagonista della pellicola, Javier Bardem. Per contro, e non può essere casuale, in quell’edizione del festival veneziano, il regista Gianni Amelio viene completamente ignorato dalla giuria con il suo “Le chiavi di casa”, intensa storia sul rapporto tra un padre ed un figlio adolescente disabile. Premiati, dunque, un film dichiaratamente abortista ed uno radicalmente pro-eutanasia; ignorato un capolavoro sul rapporto tra un padre ed un figlio disabile.

Tutto ciò desta forti perplessità e non necessita di ulteriori commenti.

Moralmente antitetico all’appena citato film britannico, risulta essere “Bella” (Messico, 2006), diretto da Alejandro Monteverde ed interpretato da Eduardo Verástegui, Tammy Blanchard, Ali Landry e Manual Pérez. Va premesso che il film non è ancora in circolazione in Italia, e – ad anni dall’uscita– fatica a trovare la distribuzione che meriterebbe sui grandi schermi dei cinque continenti, nonostante il valore del film sia confermato, tra le altre cose, dalla vittoria del People’s Choice Award 2006 al Toronto Film Festival. È assai probabile che se l’angolazione etica scelta dall’autore fosse stata di tutt’altro tipo (nel solco di “Vera Drake”, per intenderci) questo film avrebbe ricevuto maggiori attenzioni. Da tener presente che il Card. Justin Rigali, Arcivescovo di Philadelphia, ha esortato – chiunque ne abbia la possibilità – ad andare a vedere il film, in quanto il protagonista è da considerare un modello cattolico. «Questo film è destinato ad avere un impatto straordinario sulla vita della gente», ha detto il presidente del comitato della Conferenza Episcopale Statunitense. “Bella” racconta la storia di una giovane donna incinta che perde il lavoro, e di un uomo che non riesce a superare il dramma di un tragico incidente avvenuto nel passato. L’amicizia cambia la loro vita e fornisce ad entrambi una
nuova speranza. Il protagonista, Verástegui, è considerato un modello cattolico, dopo aver condotto una vita di tutt’altro tipo. La conversione l’ha trasformato in un deciso difensore del diritto alla vita. Il produttore esecutivo del film è Steve McEveety, lo stesso de “La Passione di Cristo”.«Romantico, a tratti drammatico, introspettivo, per molti è il film cristiano dell’anno e un inno alla vita di rara efficacia. (…) Nina è una cameriera che ha appena scoperto di essere incinta, e per questo è stata licenziata. Per questo motivo sta pensando di abortire.(…). Nina, con l’aiuto di un ragazzo, José, capisce il valore del bimbo che porta in grembo (…). L’attore protagonista, Eduardo Verastegui, durante le fasi preliminari del film si era recato in una clinica dove si praticavano aborti, per poter studiare da vicino le emozioni di chi sta per compiere un gesto così fatale. Lì aveva fatto amicizia con una coppia messicana. Alcuni mesi più
tardi ha ricevuto una telefonata in cui padre e madre gli hanno chiesto il permesso di chiamare il bambino Eduardo»

Già nel 2002 scrivevo sul bimestrale culturale «Silarus»3 che, oltre ad essere spettatori Il cinema affronta le più delicate tematiche bioetiche, spesso premiando le pellicole più eticamente fuorvianti consapevoli, è necessario che i cattolici s’impegnino ad aggregare e formare autori, produttori, attori, etc., per rispondere adeguatamente alle produzioni pressoché a senso unico contro la vita (quasi tutte schierate al fianco dell’aborto, dell’eutanasia, del sesso facile, della vita gaudente, dell’egoismo più sfrenato, del consumismo, etc.).

A questa necessità ha perfettamente risposto la Metanoia Films, da un’intuizione di Verastegui, con l’aiuto del produttore Steve McEveety, del regista Monteverde ed altri ancora. Se i lungometraggi sono impegnativi e costosi (comunque sia, “Bella” è stato girato in tre settimane e con pochi soldi), richiedendo una macchina produttiva e distributiva importante, sarebbe auspicabile quanto meno lo sviluppo di gruppi che s’impegnino nella realizzazione di cortometraggi, con il duplice obiettivo di formare nuovi autori, attori, tecnici, e di rispondere ad un monopolio nichilista rappresentato sul grande schermo.

Proseguo con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” (Romania, 2007), del regista Cristian Mungiu, interpretato da Anamaria Marinca, Laura Vasiliu, Vlad Ivanov, Alex Potocean, Luminita Gheorghiu, Adi Carauleanu. Meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes 2007, e vincitore dei due premi maggiormente prestigiosi – miglior film e miglior regìa – all’ultima edizione degli European Film Awards (l’equivalente degli Oscar in Europa), il film rumeno parla con sconvolgente sincerità del tema dell’aborto clandestino durante il regime comunista di Ceausescu. Due ragazze, un aborto, un doppio stupro: questo il contenuto della cruda pellicola. Un miracolo di emozione ed essenzialità. Grande cinema su un tema durissimo. Si racconta la storia di due studentesse rumene, Otilia e Gabita, che dividono la stessa stanza in un dormitorio per studenti universitari. Gabita, rimasta incinta, si rivolge ad un certo signor Bebe per abortire illegalmente. Quest’uomo senza scrupoli, in un Paese annichilito dal comunismo, si fa pagare non solo in denaro, ma anche pretendendo una prestazione sessuale da ciascuna delle due ragazze. Il film, girato con la stessa verosimiglianza di un documentario, ci mostra con semplicità una storia di ordinario orrore, facendoci capire talune cose con un’efficacia superiore a tanti libri e convegni sul tema. «Non la banalità del male, ma la normalità
dell’orrore
. Una ragnatela di piani sequenza eccellenti. Non tutto si vede (n.d.a.: già si vede troppo, se è per questo) ma ogni cosa si indovina. Cast di attori pressoché sconosciuti ma memorabili, dalle protagoniste ai comprimari, complici, sordidi, indifferenti».
A chi lamenta un eccesso di crudezza del film, rispondo schierandomi tra i numerosissimi autori e cinefili che hanno sancito il trionfo di questa pellicola (almeno a livello critico, avendo avuto – comunque – anche un buon riscontro al botteghino). Di fronte alla crescente cecità e sordità di larga parte della popolazione mondiale su questo tema, è necessario parlare con realismo ed asprezza, il che rende efficace il discorso a chi non vuol vedere né sentire. Non con chiunque sono sufficienti parole assennate, pronunciate in maniera accorata ed accompagnate da immagini carezzevoli. In molti casi è necessaria ed auspicabile la forza dimostrata – e per nulla ostentata – dal regista rumeno, che non va affatto confusa con un
eccesso.

L’uscita più recente nelle sale cinematografiche sulla tematica dell’interruzione della gravidanza, è quella di “Juno” (USA, 2007),
per la regìa di Jason Reitman, con Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner e Jason Bateman. Dal 4 aprile 2008 anche nei cinema italiani, l’opera che ha trionfato alla seconda edizione del RomaFilmFest è una commedia ironica e fresca sulla spinosa questione di cui ci stiamo occupando. Un’occasione concessa in special modo ai più giovani per riflettere, pur in presenza di una commedia dal tono leggero che non ha la pretesa di porre domande e di fornire le relative risposte. La sinossi è molto semplice. Un’adolescente
di oggi, molto sicura di sé, scopre di essere rimasta incinta di un suo coetaneo, ma non per questo si lascia travolgere dall’inattesa e indesiderata situazione. Pur non rappresentando chissà quale esempio morale, la protagonista, una ragazzina terribile interpretata da un’efficace e credibile Ellen Page, ha– però – il coraggio di rifiutare la scorciatoia dell’aborto e tira dritta per la propria strada, accettando la gravidanza e scegliendo di affidare il bambino ad una coppia che non può averne. La sceneggiatura si caratterizza per l’utilizzo del linguaggio dei ragazzi di oggi, per merito di una blogger scoperta su internet da uno dei produttori del film. È stata questa ragazza a scrivere i dialoghi, che – non a caso – risultano molto aderenti al modo attuale di esprimersi degli adolescenti. Nel suo insieme, lo script è molto apprezzabile, tanto che non è un caso che “Juno” abbia conquistato la prestigiosa statuetta dell’Oscar per la categoria Migliore Sceneggiatura Originale. Pur trattandosi – come già detto – di una
semplice commedia, “Juno” è lodevole per il modo pragmatico con il quale si pone dinanzi ad una generazione di adolescenti distratta e nichilista. Si può facilmente obiettare che il film non abbia il coraggio di assumersi le proprie responsabilità morali fino in fondo; ma resta apprezzabile il coraggio di aver parlato di una simile tematica a quei giovanissimi che rappresentano i principali interlocutori del film, e che sono lontani anni luce dal porsi dinanzi a tali problematiche, persi nel nichilismo, nell’egoismo e nella solitudine (pur vivendo quasi sempre in gruppo) che la società consumistica costruisce intorno a ciascuno di loro, abbandonati a se stessi (dalle famiglie, spesso allargate, e dalla scuola) e cresciuti a pane e spot pubblicitari, utili a farli crescere sola mente come bravi consumatori.

In conclusione, va sottolineata la presenza di argomentazioni sia pro che contro la vita nascente nei films proposti, così come merita una menzione l’attenzione dedicata a queste pellicole dagli addetti ai lavori, dimostrata
dai numerosi e prestigiosi premi conquistati da ciascun film ricordato. Segno evidente che la tematica è più vivace che mai, e che lo spettatore dev’essere ben consapevole di ciò che vede al cinema e, successivamente,
in tv. Difatti, la capacità di penetrazione e –conseguentemente – di persuasione del prodotto cinematografico risulta ulteriormente amplificata dai successivi passaggi: noleggio e vendita del dvd e, soprattutto, l’entrata nelle case di tutto il mondo, attraverso la televisione.

Trovo auspicabile accompagnare questa lettura, anche a titolo di curiosità oltre che di opportuna completezza di riflessione, con la visione dei films citati.

Note
1 Cfr. http://www.zenit.org/article-12359?l=italian
[29 ottobre 2007].
2 BRICCHI LEE L., Bella. Dagli Usa il film cristiano del 2007, in «Avvenire», 11 novembre 2007, p. 7.

3 BACCARINI F., L’evangelizzazione e i media, in «Sila- rus», n. 220/2002; e “Cinema e spiritualità (Il sacro nella civiltà delle immagini)”, su «Silarus», n. 223/2002.
4 FERZETTI F., recensione del film ne «Il Messaggero», del 24 agosto 2007.

Un pensiero riguardo “L’aborto nel cinema: considerazioni etiche inerenti l’aborto rappresentato sul grande schermo

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