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Ricordo di Jolanda, la mamma di Don Peppe Diana

Jolanda se n’è andata. Guardo il carro funebre avanzare lentamente, mentre un vento gelido, senza pietà, ci sferza il viso e mi viene da dire: finalmente! Finalmente mamma Jolanda ha smesso di piangere. Finalmente il suo desiderio si è avverato. Finalmente ha riabbracciato il suo Peppino. Ventisei anni è durata l’attesa…

Era la festa di san Giuseppe, il giorno dell’onomastico del figlio sacerdote. Dopo la Messa, celebrata di buon mattino nella parrocchia di san Nicola, don Peppe sarebbe ritornato a casa per festeggiare con le “zeppole” già pronte. Aveva messo al mondo tre figli, Jolanda: Giuseppe, Emilio, Marisa. Giuseppe era diventato sacerdote. Che gioia, che festeggiamenti ci furono quel giorno a Casal di Principe.

Credo che si è riflettuto poco sul rapporto che unisce il prete celibe alla sua famiglia di origine, alla sua mamma. Jolanda condivideva col figlio il peso e la gioia del sacerdozio. Più di lui, però, aveva il cuore pesante di paura. Era nata a San Cipriano di Aversa, poco distante da Casale. Bambina, aveva assaggiato la fame, la povertà, la guerra.

Aveva poi avuto modo di assistere, inorridita, alla trasformazione di tanta gente che conosceva. Che cosa stava accadendo? Ladri e delinquenti, come dappertutto, ce ne erano sempre stati, ma adesso era diverso. Alcuni amici di famiglia, certi giovanotti di cui conosceva i nomi e le storie; ragazzi che erano andati a scuola insieme ai figli, avevano intrapreso una strada spaventosa. Erano diventati “camorristi”. La camorra esisteva anche prima, nelle campagne da sempre avvenivano soprusi, qualche volte anche si ammazzava, ma adesso era diverso. Adesso tutto, ma proprio tutto, doveva dipendere da “loro”.

Avevano le mani e il naso negli affari, nei commerci, nelle civili amministrazioni. E si facevano obbedire. Con la forza delle armi intimorivano, terrorizzavano. La gente si arrendeva, lo Stato indietreggiava. Prigionieri, eravamo diventati prigionieri in un Paese civile. Quando il sangue iniziò a scorrere a fiumi per le nostre strade; quando parenti e amici dei camorristi iniziarono non più a vergognarsi ma a vantarsi delle vigliacche meschinità che andavano compiendo, tutti compresero che la nostra libertà correva un brutto rischio.

Jolanda aveva paura per il figlio. Lo conosceva bene, sapeva di non potersi spingere più di tanto nel raccomandargli di essere prudente, di fare attenzione nel parlare, nello scrivere, nel denunciare. Lui era cocciuto. Erano i tempi in cui perfino per gli uomini di Chiesa, tacere poteva assurgere a virtù. Il prete ha scelto di servire Dio, aiutare i fratelli, annunciare il Vangelo, non fare il “Masaniello” diceva qualcuno. Ma Peppino era un profeta. E al profeta nessuno può dire di tacere. Sa bene, il profeta, che è destinato a rimanere solo. Dopo, soltanto dopo, il solco da lui tracciato, magari a costo della vita, diverrà la via maestra sulla quale passeranno milioni di persone.

Ha avuto paura, don Peppino Diana? Certo, e non una volta sola. “Quella gente”, contro cui alzava la sua voce, la conosceva bene, sapeva che non era avvezza a ragionare. A volte gli pareva che fosse posseduta da una legione di demoni infernali, arsa com’era da una sete di potere e di denaro senza confini. Sapeva che la barzelletta messa in giro che camorra e mafia non toccano le donne, i bambini, la Chiesa era solo una fandonia. No, “quelli” non si sarebbero fermati davanti a niente e a nessuno.


A Casal di Principe in quegli anni bruciavano fuochi diversi. Nell’animo di don Peppe Diana e di tanti suoi confratelli e amici ardeva il fuoco del Vangelo, della giustizia, della rabbia, della libertà. I camorristi, invece, erano ormai precipitati in una sorta di follia collettiva. Un delirio di onnipotenza li aveva invasi, soggiogati, ammaliati. Avevano tanto, volevano tutto. Tutto.
E don Peppe salì sui tetti e cominciò a gridare. Lui, prete, studioso della Bibbia, amante del suo popolo, della sua terra, prima di tutti noi, comprese che il tempo di tenere le mani in tasca, anche se pulite e profumate d’ incenso, era finito. Che amare veramente il prossimo, in Terra di lavoro, voleva dire liberarlo dalla paura e dall’oppressione della camorra. Lo fece. Per amore, lo fece. Tutti, a cominciare da Jolanda, sapevamo che i camorristi gliel’avrebbero fatta pagare. Avvenne.
Alla vigilia della primavera del 1994, don Peppe Diana, vigliaccamente, veniva trucidato, nella sua chiesa, al suo paese. Mamma Jolanda in questi anni ha pianto tutte le sue lacrime. Ma anche ha potuto vedere quante spighe rigogliose e belle sono spuntate dal terreno irrorato dal sangue versato da suo figlio. Grazie, Jolanda.

Padre Maurizio Patriciello.

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