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Paolo VI, il papa “dimenticato”

Alle ore 21.40 del 6 agosto di quarant’anni fa, a Castel Gandolfo, ci lasciava Papa Paolo VI. Ho sempre pensato che le date di nascita e morte di una persona, in un certo senso, rappresentano la sua vita. Paolo VI ci lasciò il giorno della Trasfigurazione del Signore, lontano da Roma, lontano da tutti, condividendo lo stesso destino di un altro grande pontefice riformatore, a lui molto legato: Pio XII.

Pochi forse oggi ricordano il grande Papa Montini, forse per il suo temperamento riservato, timido, austero, e forse per via del carisma trascinatore di un grande testimone come San Giovanni Paolo II. Ma Paolo VI è stato forse l’uomo cui la Chiesa deve un’eredità straordinaria nel corso del suo cammino verso e nel Terzo Millennio. Si può affermare, senza timore di smentita, che assieme a San Giovanni XXIII, Paolo VI ha condotto la Chiesa in un cammino di rinnovamento e di apertura (che è ben altro dal restyling mediatico, cui faceva riferimento in maniera piuttosto maliziosa Giorgio Gaber nella canzone La Chiesa si rinnova), cercando di riscoprire il fondamento del Vangelo. Il Concilio Vaticano II fu quel cammino verso l’apertura della Chiesa verso il mondo, cercando di ascoltare le “gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”, perché queste “sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (GS 1). Non sono pochi purtroppo coloro che appartengono ad una visione della cattolicità fin troppo oltranzista, che mal accolgono lo spirito del Concilio (sarebbe più giusto affermare che ne sono completamente sordi, abituati come sono a parlarsi da soli), e che accusano in particolare Paolo VI di aver svenduto la Chiesa di Cristo alla modernità. A tali obiezioni non si può che rispondere con la preghiera, affidando questi fratelli al Signore affinché li illumini verso la Verità, e li sradichi dall’idea e dalle strutture.

L’obiettivo di Paolo VI era di edificare una Chiesa di Cristo che parlasse a tutti con il linguaggio degli uomini, seguendo l’esempio dell’Apostolo delle Genti, San Paolo, affinché ogni uomo potesse conoscere il volto di Cristo. Ed è per questo che credeva fortemente nella forza del dialogo, quale strumento di pace e di edificazione. In un mondo diviso, ancora lontano dal disgelo, che vedeva consumare le lotte ideologiche tra le varie crisi diplomatiche e la sanguinosa ed inutile Guerra nel Vietnam, il Papa (sull’esempio del filosofo e amico Jacques Maritain) indicava una nuova strada, che potesse unire tutti gli uomini: quella di un umanesimo plenario. Non erano più quindi le ideologie a dettare le regole della storia, ma la persona umana! E ciascun uomo è un fratello!

Sono queste aperture che lo hanno portato ad aprire le porte della Chiesa, soprattutto nei viaggi apostolici (sarà il primo Papa a visitare la Terra Santa, l’Africa e l’estremo oriente). Il Papa andava anche laddove non si sarebbe mai potuto immaginare (celebrerà la Santa Messa della Notte di Natale con gli operai dell’Italsider di Taranto nel 1968). Sono queste aperture che lo porteranno ad abbattere i muri tra le chiese cristiane (celebre il gesto del bacio del piede al Patriarca Greco Ortodosso Atenagora) e tra le religioni. Sono queste aperture che lo portarono al celebre discorso alle Nazioni Unite del 1965, dove disse: “Mai più, mai più, mai più la guerra!”.

Ma gli anni di Paolo VI furono anche dettati da grandissime difficoltà. Innanzitutto la società stava conoscendo un profondo periodo di cambiamento, in aperta opposizione a quanto l’aveva preceduto. Tutto questo aprì a nuove prospettive morali, allo sgretolamento della famiglia e alla liberalizzazione sessuale, ed in campo politico alla lotta armata. Anche l’Italia ne fu travolta, conoscendo i tristissimi “anni di piombo”, inaugurati dalla strage fascista di Piazza Fontana (la prima di una serie di stragi senza nome e molto sanguinose, tra le quali è d’obbligo citare perlomeno quella di Bologna del 1980), e culminata con l’omicidio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Quest’ultimo era un uomo molto caro al Santo Padre, per il quale in più di un’occasione si rivolse agli “uomini delle Brigate Rosse” (fedele allo spirito dell’umanesimo plenario, il Papa non dimenticava mai di rivolgersi a degli uomini!) affinché liberassero il Presidente della Democrazia Cristiana. Ma non erano solo gli omicidi e le bombe a caratterizzare quel periodo: era in atto un fermento trasformatore che portò per la prima volta gli italiani a decidere su due temi morali, in aperta opposizione con l’insegnamento della Chiesa: i famosi referendum sul divorzio (1974) e soprattutto sull’aborto (1978). La secolarizzazione incalzante portava sempre più le persone fuori dalle chiese, per trascinarli nelle “nuove cattedrali”, obbedienti alle leggi del consumismo e dell’appagamento.

Il Papa seppe condurre la Chiesa di Cristo durante questo periodo, nonostante fosse inviso alla frangia più conservatrice del clero (che poi si consumerà nello scisma dei lefebvriani), che in più di un’occasione lo rimproverava di tradimento verso la tradizione della Chiesa. Non cedette ai ricatti di costoro, ma non si lasciò nemmeno ammaliare dalle sirene ingannatrici di un progressismo vuoto. Questo perché la Chiesa non è una struttura e il Vangelo non è un’ideologia!

Paolo VI ha saputo condurci a Cristo, ed oggi centuplichiamo una delle sue preghiere più belle, scritta nel 1955, quando era ancora Arcivescovo di Milano. Ringraziamo il buon Dio di averci donato questo pastore, che tanto ispira le parole e le azioni di Papa Francesco (che lo canonizzerà il 14 ottobre prossimo, assieme al grandissimo vescovo Oscar Romero). Cristo è la risposta all’interrogativo dell’uomo!

 

O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:
per vivere in Comunione con Dio Padre;
per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;
per essere rigenerati nello Spirito Santo.

Tu ci sei necessario,
o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,
per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.

Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,
per scoprire la nostra miseria e per guarirla;
per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;
per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.

Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano,
per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,
i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.

Tu ci sei necessario, o grande paziente dei nostri dolori,
per conoscere il senso della sofferenza
e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

Tu ci sei necessario, o vincitore della morte,
per liberarci dalla disperazione e dalla negazione,
e per avere certezze che non tradiscono in eterno.

Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi,
per imparare l’amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità,
lungo il cammino della nostra vita faticosa,
fino all’incontro finale con Te amato, con Te atteso,
con Te benedetto nei secoli.

 

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