Sostieni #solocosebelle con una
nomadelfia

Bambine costrette a scegliere, donne lasciate sole: il paradosso crudele della libertà

È domenica pomeriggio, e mentre non ho nulla da fare guardo velocemente alcuni social alla ricerca di qualche contenuto interessante. Mi blocco su un video: una ginecologa, nota influencer, che di solito utilizza i social per diffondere informazioni mediche, oggi racconta una storia. È appena uscita dal suo studio una ragazza di sedici anni, rimasta incinta, la quale afferma di voler tenere il bambino. “Mia madre però dice che devo abortire”. La ginecologa si rivolge quindi alla ragazza e a tutte le ragazze in ascolto dicendo: “anche se io non sono obbiettrice, ti devo dire che la scelta su questo bambino è soltanto tua, nessuno ti può influenzare”. Metto giù il telefono pensierosa. Dietro la buona volontà della dottoressa, infatti, mi sembra si nasconda un’imperdonabile ingenuità. Davvero questa professionista crede che una sedicenne possa avere l’ultima parola? Non facciamo altro che ripetere quanto i giovani di oggi siano immaturi, irresponsabili, a volte persino soffocati da una presenza genitoriale ingombrante e iperprotettiva che impedisce loro di fare delle scelte, degli errori, scontarne le conseguenze, misurarsi con la vita, crescere. Da soli non vengono lasciati a decidere nulla, nemmeno lo sport da praticare, niente. Eppure, ci aspettiamo che tutto ad un tratto un’adolescente, poco più che bambina – perché di questo si tratta – possa puntare i piedi, dire “no mamma, ti ringrazio, ma la legge dice che devo decidere io, e io questo bambino lo voglio, mandami pure a dormire sotto un ponte, tanto non cambio idea.”

Mentre in Italia si riaccendono le polemiche legate all’apertura della “stanza dell’ascolto”, oltreoceano, negli Stati Uniti, la scorsa campagna elettorale per le elezioni presidenziali ha riacceso in modo radicale il dibattito sull’aborto. Nel giugno del 2022, infatti, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l’aborto non è un diritto costituzionale e che per questo gli Stati possono decidere di limitarne l’accesso e la praticabilità. Ad oggi, a seguito di questa sentenza, 14 stati hanno vietato l’aborto, mentre altri 7 hanno fissato un’età gestazionale limite, che può andare dalle 6 alle 18 settimane (ricordiamo che in Italia la legge fissa il limite delle 12 settimane). Nei restanti stati, l’aborto è disponibile entro la ventiquattresima settimana o addirittura senza alcuna restrizione, il che significa fino al nono mese compreso. Nel frattempo, la questione è stata messa al centro della campagna elettorale, tra un partito repubblicano che non osa schierarsi apertamente contro, ed un  partito democratico che, moltiplicando i riferimenti all’aborto nelle pubblicità, affronta il tema sempre e soltanto in termini di “diritto” e “libertà di scelta”. Nessun riferimento al dramma che ogni aborto comporta, né al perché una donna debba ritrovarsi in quella situazione. Per la propaganda pro-choice, la donna deve essere libera di scegliere, e basta.

Un’idea che sta prendendo piede anche qui in Italia. Proprio sull’idea della libertà di scelta si sta basando infatti l’attacco alle organizzazioni pro-vita, che spesso vengono demonizzate, presentate come ideologiche e oscurantiste: organizzazioni manipolative, che cercheranno di far leva sui sensi di colpa delle donne per convincerle a non abortire. Nulla di più lontano dalla verità. Un’altra influencer, questa volta psicologa, si schiera contro la presenza delle organizzazioni pro-vita nei consultori con le seguenti motivazioni: poiché l’aborto, anche quando cercato, comporta a tutti gli effetti un lutto per la donna, una ridefinizione della sua identità, allora la donna va protetta dalle ingerenze delle organizzazioni pro-vita. Queste argomentazioni non solo banalizzano il lavoro che i volontari delle associazioni pro-vita tutti i giorni fanno, nel rispetto, nella delicatezza, nella discrezione; ma soprattutto, peccano quantomeno di ingenuità. Davvero crediamo che una donna che arrivi ad abortire lo faccia liberamente?

Io non sono psicologa, ma sono economista, e se c’è una cosa che l’economia insegna abbastanza chiaramente è che nessuna scelta avviene in un ambiente neutro. Nessuna. Le nostre scelte sono costantemente condizionate: dagli stimoli corporei (ad esempio, è ormai dimostrato che quando si ha appetito si compra di più), dalla stanchezza, dalle emozioni, dalle mode, dall’opinione che gli altri hanno di noi, dalla paura del giudizio, dalla paura di essere rifiutati o abbandonati, dalle aspettative, dal modo in cui ci hanno educati, dai film che abbiamo visto, dalla musica che ascoltiamo.

La mia mente va a tutti quei bambini abortiti per le motivazioni  più disparate: anzitutto per l’assenza dei padri, che spariscono o minacciano di andarsene nel caso in cui la gravidanza dovesse continuare; poi per motivazioni economiche, per i vari “perché  sto per laurearmi”, “perché non ho ancora un lavoro stabile”. E infine per il grande tabù dei genitori: “perché se i miei genitori scoprono che sono incinta mi ammazzano”. Genitori che non sanno, non devono, non vogliono o fingono di non sapere nulla della vita sessuale dei loro figli, non vogliono rinunciare alle aspettative di cui li hanno caricati fin dall’infanzia, agli equilibri che hanno costruito e che la nascita di un bambino inevitabilmente metterebbe in discussione. E vedo solo una grande, immensa ipocrisia. L’ipocrisia di una società che se la prende con le associazioni pro-vita, perché loro sì che sono il problema. Una società che si trincera dietro “la scelta è della donna”, fingendo di non sapere che l’esito di questa scelta è già stato deciso anni prima, quando si gettavano le basi dell’educazione in famiglia. Fingendo di non sapere che questo slogan è per i padri un modo per scrollarsi di dosso la responsabilità di dire: “facciamo nascere questo bambino, lo cresceremo insieme”. Fingendo di non sapere che dietro un aborto c’è spesso una donna sola, che non ha il sostegno di una comunità che si è voltata dall’altra parte perché dopotutto, la scelta spetta a lei. E fingendo di non sapere che in alcuni contesti sociali l’aborto è solo un’altra arma nelle mani di mariti-padroni, di abusatori e di sfruttatori, che, con violenze e ricatti, forzano la donna all’interruzione della gravidanza per eliminare le prove della loro condotta.

Vorrei terminare questa mia riflessione con una preghiera e con un ringraziamento. La mia preghiera è per tutti quelli che sentono nel cuore la chiamata a difendere la vita, perché abbiano il coraggio di uscire allo scoperto, pur sapendo di andare controcorrente. Il ringraziamento è per tutti gli attivisti che, qui e oltreoceano, stanno cercando di svegliare l’opinione pubblica su una verità fondamentale: l’aborto non ha nulla a che fare con la libertà.

Federica di Nomadelfia

Sostieni #solocosebelle con una

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *