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A proposito di dignità

Dignità è una parola che si usa e di cui si abusa, spesso senza conoscerne il suo significato profondo…ma va un po’ di moda…come empatia, altro concetto tirato e stirato in più direzioni. Proviamo allora a mettere un po’ di rigore perché quando una parola diventa ambasciatrice di etica, non si scherza con le pance ma si seguono le teste.

Dignità sembra discendere da Dignitas, il concetto greco-romano di rispetto e merito per le gesta compiute. Achille, Ettore sono nemici ma entrambi e reciprocamente degni di ammirazione perché fedeli alla patria e coraggiosi fino alla fine. In questo senso, la dignità è un qualcosa di dinamico cioè è qualcosa che può essere conquistato ma anche perso. Pure ai giorni nostri resiste questa declinazione di dignità: si perde dignità quando ci si comporta in maniera disumana e si toglie dignità quando si negano i diritti come nei periodi di guerra, nelle carcerazioni particolarmente dure, negli episodi di torture. Ma, in quest’ottica, la dignità può anche venir riconquistata, grazie a nuove virtù. Nella visione cristiana, invece, la dignità è una dote naturale che fa parte del corredo cromosomico della razza umana semplicemente per essere uomini ad immagine del Creatore. La dignità intesa in questo modo è una dignità de facto, ed appare statica ossia immutabile, garantita e da garantire nel tempo ai singoli.

Da un punto di vista giuridico, il biodiritto fa riferimento alla sentenza 125 del 2024 in cui il gip di Firenze, dopo una autodenuncia di Cappato per aver trasferito in Svizzera una malata di SLA al fine di accedere al suicidio medicalmente assistito, distingue due declinazioni diverse di dignità: quella oggettiva che fa riferimento a valori della comunità facilmente condivisibili nell’ambito di una cultura e quella soggettiva che invece ha anche fare con il proprio sentire, con la propria autodeterminazione. Questa distinzione può aprire una frattura insanabile tra i giuristi che devono ascoltare e decidere circa la vita umana perché gli interrogativi che si scatenano sono: può lo Stato definire ciò che è dignitoso per il singolo? In particolare, l’inizio di una vita con anomalie cromosomiche e la fine di una vita con malattie dolorose sono condizioni che minacciano la dignità e l’ultima parola dovrebbe essere dell’individuo? Oppure lo Stato deve farsi garante di difendere sempre la vita intendendola come un bene inalienabile affinché le fragilità non vengano perseguitate? La sentenza ammette la necessità di far convivere sia un concetto di dignità oggettiva (ci sono delle condizioni, per esempio, di povertà e di violenza non ammissibili per nessuna cultura perché non dignitose nei confronti del genere umano) sia un concetto di dignità oggettiva (che richiama l’autodeterminazione del singolo con la sua storia e la sua narrativa). La sentenza infine invita il SSN a farsi carico della dialettica prima e senza che essa arrivi nelle aule dei tribunali in quanto deve appartenere alla medicina ed ai medici, la capacità di scavare nella narrativa del paziente per capire cosa intende il singolo per dignità e cosa il sistema ha messo in campo per tutelare tale valore. La sentenza inoltre ricorda che il singolo, se fragile e malato, innanzitutto non deve essere abbandonato: il sistema deve garantire a chi ne ha bisogno, l’accesso alle Cure Palliative tramite la Legge 38 del 2010 in quanto spesso, il contenitore della Cure Palliative è in grado di rispondere ai bisogni dei malati affetti da malattia inguaribile in modo da abbattere episodi depressivi e richieste di porre fine in maniera volontaria ed anticipata alla propria vita.

A me, piace uscire dalla discussione circa la definizione di dignità leggendo, rileggendo e condividendo la definizione di Dignità che scrive Eugenio Borgna, nel libro La dignità ferita. Scrive l’autore “La dignità è l’esigenza che ciascuno di noi ha di essere riconosciutola dignità umana è la radice di ogni incontro con un uomo che ha gli stessi diritti e le stesse esigenze che abbiamo noi: ha diritto così all’attenzione, al rispetto, alla gentilezza, all’accoglienza, alla comprensione, all’ascolto, alle attese nella speranza…qualunque sia il nostro livello di intelligenza, il nostro problema o la malattia che alberga in noi, la dignità esige che noi si venga considerati, accettati e curati esattamente come chi vive un’esistenza risplendente di fama”.

L’aspetto magico della definizione di Borgna è l’obbligatorietà dell’incontro: per capire il concetto di Dignità dell’altro, io devo incontrarlo, devo sospendere il giudizio, devo innamorarmi della sua storia e capire la sua narrativa. Solo così, incontrandolo, posso anche riconoscere l’altro e nella fatica l’altro sperimenterà il sentirsi sempre degno, appunto degno di essere guardato, indipendentemente dalla sua performance.

Nell’ottica dell’incontro, circa 20 anni fa, nasce in Canada nell’ambito delle cure palliative per malattie avanzate ed inguaribili, la Terapia della Dignità, ad opera del professor e psichiatra Harvey Max Chochinov. La carriera scientifica del professor Chochinov si può sinteticamente dividere in tre momenti:

  1. prima fase: attraverso interviste aperte condotte ai malati terminali il gruppo di lavoro di Chochinov riesce a delineare cosa per i malati può avere a che fare con la Dignità. Le risposte che maggiormente si ritrovavano nei questionari riguardavano A) il controllo della malattia inteso come controllo del carico dei sintomi e riduzione del senso di incertezza B) il senso proprio di autonomia e di indipendenza nei gesti quotidiani oltre che la difesa della personale identità nonostante gli sconvolgimenti della malattia C) la presenza di una rete sociale di amici e parenti che non facciano sentire il malato come un peso per la vita della famiglia
  2. seconda fase: definizione e diffusione de La Terapia della Dignità che consiste nella possibilità di realizzare un’intervista semi aperta ai malati avanzati con malattia inguaribile che desiderino accettare questo strumento terapeutico. Nell’intervista, tenuta dai sanitari, il paziente viene invitato a raccontare la sua storia con particolare attenzione ai traguardi, ai successi, ai ruoli, ai momenti felici ma anche ai consigli ed ai saluti. Viene generato un documento che poi viene lasciato ai parenti più prossimi, dopo la morte del loro caro
  3. terza fase: la raccolta dei risultati. Ad oggi la letteratura scientifica dimostra che A) un tratto depressivo tende a correlare maggiormente con la richiesta di suicidio medicalmente assistito B) fare la Terapia della Dignità protegge da ansia e depressione C) fare Terapia della Dignità aumenta la speranza, riempie di scopo gli ultimi giorni di vita e migliora il benessere psico-spirituale dei malati D) ricevere il lascito della Terapia della Dignità aiuta a gestire il lutto in maniera non patologica.

Tutto questo scrivere per concludere, come? Ammettendo che parlare di dignità, soprattutto dignità dei malati terminali, è estremamente difficile perché tira in ballo aspetti universali ma anche individuali che trovano un punto di incontro solo se chi sta vicino alla sofferenza è disposto ad ascoltare una storia ed a “innamorarsi” di ciò che conta per il malato. 

Tra le fonti: Chochinov HM. Terapia della dignità. Parole per il tempo che rimane. Il pensiero scientifico editore, 2015

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