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Un pensiero alla scuola di Amatrice

Se ne sono dette tante in questi giorni riguardo il terremoto che ha colpito il Lazio, le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo lo scorso 24 agosto. Tra le parole più atroci, quelle del sindaco di Amatrice, che parlava di una città “che non esiste più”. Simbolo di disperazione e resa di fronte all’incredibile forza della natura. Come atroci sono anche le parole del Vescovo di Rieti, Mons. Domenico Pompili, che durante i funerali ha detto che “non uccidono i terremoti, ma le opere dell’uomo!”.

Atroci nel senso che rivelano una realtà atroce. La prima è una constatazione di fatto su ciò che il terremoto ha provocato. La seconda scende maggiormente in profondità, e ricorda che le forze della natura non sono fatte per la distruzione; la natura per essere benevola, ha bisogno di essere obbedita, rispettata. E se si antepone sempre la logica del profitto, è chiaro che ci si dimentica delle leggi del creato.

Le opere dell’uomo spesso sono frutto di speculazione, di guadagno spropositato. L’abbiamo visto in tante altre circostanze, e il sentore drammatico è che questo terremoto non porrà certo fine a questa situazione.

Ma non è la polemica che voglio sollevare in questo spazio. Semmai ricordo che oggi è il 1° settembre, e da insegnante sono chiamato a riprendere servizio, per ricominciare il lungo lavoro di un anno. E da insegnante non posso non pensare alla scuola di Amatrice, letteralmente devastata dal terremoto, nonostante pochi anni fa fosse stata sottoposta ad interventi di manutenzione (evidentemente insufficienti e inadeguati!). Il mio pensiero va ai colleghi e ai ragazzi, e l’augurio è quello di continuare a costruire qualcosa di bello, per poter far rinascere la speranza! Per poter ancora coltivare la vita!

 

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