Terra e acqua

65 anni sono passati da quel tragico novembre.

Nel 1951 una piena ingovernabile, ha fatto sì che il Po’ rompesse i suoi argini facendo defluire tonnellate di acqua su una terra che già arrancava: il Polesine, la mia terra, umile e povera, dove il benessere economico era ancora lontano. Dove la popolazione campava con l’agricoltura. Pochi proprietari terrieri, ricchi, e molti braccianti, poveri.

I miei nonni hanno vissuto quei momenti. Hanno dovuto abbandonare la loro casa perché l’acqua ha invaso gran parte della provincia di Rovigo.

Gli argini del Po’ erano sfiancati. La potenza dell’acqua era incredibile. Le testimonianze di chi c’era, di chi ha visto,  raccontano di un mare dentro il fiume e ricordano bene il rumore assordante dell’acqua.

È stato necessario intervenire e rompere gli argini del grande fiume. Si è scelto di rompere in Veneto perché la confinante Emilia Romagna, nello specifico Ferrara e la sua provincia, era già coinvolta nella crescita industriale. Ferrara aveva le fabbriche, Rovigo solo la terra.

Mi passano davanti agli occhi immagini di povere donne con qualche fagotto sotto il braccio, bimbi per mano e fazzoletti in testa. Mestizia e rassegnazione nei loro occhi e nei loro racconti.

Tante persone rifugiate sui tetti, in pena per le loro bestie: galline, conigli e mucche. Unici averi ed unico sostentamento insieme ad una terra ormai fradicia e impossibile da coltivare.

E nelle prime ore del 15 novembre di 65 anni fa un camion partì da Rovigo diretto verso un paese vicino la rotta,  per cercare di salvare vite umane. Caricò un centinaio di persone portando un peso superiore a quello sopportabile dal mezzo, pur di aiutare i bisognosi. Un uomo lungo la strada gli fece gesti con le braccia. L’autista interpretó il segnale come richiesta d’aiuto ma, non potendo caricare altre persone, tiró dritto.

Quel uomo non voleva salire. Voleva avvisare di tornare indietro. Il camion si stava dirigendo verso l’acqua. Troppo tardi. 84 persone trovarono la fine su quello che poi venne chiamato “camion della morte”. Nel mio paese d’origine, Frassinelle Polesine, dove si è consumata la tragedia, un cippo ed un cimitero ricordano le vittime. (qui un articolo ne parla e qui la testimonianza dell’autista)

Delimitata dai suoi grandi fiumi, Adige e Po’, e confinante con il mare Adriatico, la mia è una terra dove l’acqua ha scandito da sempre l’incedere del tempo. Una presenza silenziosa, importante, a volte terrificante, ma insita nei polesani, nella nostra cultura. Radicata nel nostro essere.

Il coro del Monte Pasubio, dove canta anche mio padre, interpreta una canzone (in dialetto veneto ma abbastanza comprensibile) che descrive le nostre origini fatte di “tera e acqua”.

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