Il bianco e il nero (negro)

La mia prima volta con una negra è’ stata poco meno di 40 anni fa. A casa nostra nessuno ha mai pronunciato la parola “negro”. E nessuno ha mai raccontato barzellette sui negri, sui froci e sugli ebrei. E non perché fossimo politically correct, ma perché eravamo e siamo così. A me e a mia sorella è stato insegnato, da un padre di destra e da una madre che votava DC, che le persone si distinguono per bontà o cattiveria, per intelligenza o idiozia, per talento o banalità…con in mezzo un mare di sfumature. Quando ero piccola d’estate avevamo la cabina all’ABC a Ostia e passavamo tre mesi sempre in spiaggia. Mio padre arrivava a farsi un tuffo verso le 6 di sera…l’ora migliore. Avrò avuto 8-9 anni. Giocavo sempre a biliardino con i maschi, perché mi divertivo di più. Ero brava a biliardino e mi mettevano sempre in squadra nei tornei. E poi, avevo una cotta per un ragazzino di 10 anni, Giulio, che era alto e secco, con gli occhi blu e giocava pure lui nel gruppo di biliardino. Un giorno in spiaggia si presentò con la sua sorellina nuova di zecca.
Subito avvertii che qualcosa era cambiato. La bimba lo teneva sempre per mano e lui non giocava più a biliardino, ma quando qualcuno provava ad avvicinarsi la stringeva a sé e allontanava gli altri. Chiesi a mia madre perché facesse così. E lei mi rispose che la sua sorellina era appena arrivata da un Paese lontano e come tutti quelli che vengono da un Paese lontano era più fragile.
Non capivo. Chiesi ancora e mia madre mi rispose che la bimba si doveva ambientare, che era nata in Africa e che, prima che imparasse a parlare l’Italiano, doveva essere “protetta”.
Continuavo a non capire.
Un giorno Giulio stava comprando dei ghiaccioli al bar, i Lemonissimi al lampone, quelli che coloravano tutta la lingua di blu.
Il gruppo dei ragazzini del biliardino mi chiede se voglio giocare con loro, gli manca uno in squadra. Accetto e porto con me la sorellina di Giulio che vuole imparare a giocare pure lei e che, nel frattempo, ha imparato l’Italiano in tempi record. Ma loro dicono di no.
“Lei no” – mi fa il capetto del gruppo, un ragazzino basso e lentigginoso.
“E perché?” faccio io “Mica la mettiamo in porta, ma se non rulla può stare al centrocampo”.
“No, lei no perché è negra”, dice lui, mentre tutti gli altri sghignazzano.
Negra. E’ vero, era negra.! Lo realizzo in quel momento. Giulio è ancora al bar per i gelati e io, istintivamente, afferro la palletta del biliardino e la tiro addosso al capetto, beccandolo dritto in fronte.
Scoppia una tragedia. Lui piange come tutti i bambini fanno. Io già prevedo le botte. Però non sono pentita. Lo rifarei. Alle grida del bar accorrono tutte le mamme dell’ABC. La sorellina di Giulio intanto mi stringe la mano come se fossi suo fratello.
Mia madre si inginocchia davanti a me e guardandomi negli occhi mi chiede cosa sia successo. Nel mentre vedo arrivare mio padre.
E’ la fine, penso tra me e me. Punizione sicura.
Lui si precipita vedendo tutto quel casino, mi prende in braccio e mi chiede la stessa cosa. Gli racconto tutto. Allora mi mette giù, prende la sorellina di Giulio in braccio, va verso il capetto che continua a strepitare con il segno della palletta sulla fronte e gli fa:
“Sei stato fortunato. Se ci fossi stato io qui sai gli schiaffi che ti davo per quello che hai detto? Da farti diventare rosso come un peperone!”.
E poi ci guarda entrambe e fa: “Dai, bambine, andiamo a fare il bagno che è l’ora migliore”.
Dopo quella volta ho sentito molte altre volte la parola “negro”. Ho imparato, nel tempo, a schivare le persone che la ripetono e, quando non riesco a schivarle, le combatto. Con o senza palletta. Lo farò sempre, perché sempre sempre sempre riterrò un atto di razzismo verso chiunque qualcosa di profondamente odioso, qualcosa che rende meno umani, qualcosa che mi fa schifo.
Così come mi fa schifo ogni sorta di generalizzazione, di ipocrisia e di strumentalizzazione di battaglie di civiltà, che dovrebbero essere condotte tutti i giorni. Sempre. Se lo avessimo fatto, ora non ci troveremmo nella situazione in cui siamo. E non punteremmo il dito contro un governo di due mesi di vita imputandogli l’ “emergenza razzismo” in Italia.
Quando io colpivo il capetto con la palletta, Salvini era ancora in culla. E questo non è un post “in difesa” del governo, ma – molto banalmente – è un racconto di quello che eravamo e che, purtroppo, ancora siamo.

Anna Mazzone

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