La ricchezza non è un peccato soprattutto se è il risultato di giusto lavoro

La paura che sterilizza

La ricchezza non è un peccato; soprattutto se è risultato di giusto lavoro. Altrimenti Gesù non avrebbe raccontato la parabola dei talenti, dove si complimenta coi servi solerti che guadagnano il doppio di quanto investito. Come pure non avrebbe narrato del proprietario della vigna sempre in cerca di operai, o del facoltoso possidente alle prese col campo infestato dalla zizzania. Nemmeno costruire nuovi e grandi edifici è peccato, diversamente il Signore non avrebbe consigliato di sedersi e progettare con cura a quell’uomo intento a fabbricare una torre. Neppure divertirsi e far festa è peccato, se no il Nazareno non avrebbe donato buon vino a Cana, non avrebbe descritto la cura del re nel preparare il banchetto di nozze per il figlio e non avrebbe raccontato la festa organizzata dal papà del figliol prodigo.

Perché allora un giudizio così severo a quel ricco agricoltore che, avendo raccolto frutto abbondante, intendeva costruire nuovi magazzini, riposarsi, divertirsi e far festa? Poiché in lui non vibra il desiderio di un figlio. Non si coglie nessuna scintilla generativa; tantomeno la decisione di lasciare qualcosa in eredità. Tutti i suoi beni sono solo in vista di lui, la base del monumento che erige a sé. Come se la sterilità salvaguardasse quanto è stato accumulato; quasi che generare qualcuno fosse già disperdere, impoverirsi. Nonostante la sovrabbondanza dei beni, quell’uomo teme di avere appena il sufficiente per vivere nella decenza, sicché non può permettersi di generare. Più che con un taccagno, si ha a che fare con un impaurito. Il terrore di non avere abbastanza sterilizza, lasciando una sensazione di spossatezza e mancanza di forze. Del resto genera solo chi è e si sente a tal punto potente da permettersi il lusso di porre qualcun altro in condizione di potere.
[Giovanni Cesare Pagazzi – L’Osservatore Romano]

Liberi dai beni terreni per incontrare Cristo
Qo 1,2; 2,21-23; Salmo 94; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

La celebre frase che apre e chiude il libro di Qoelet, “Vanità delle vanità, tutto è vanità, costituisce il tema conduttore di questa domenica. Il termine ebraico (“Hebel”), tradotto con “vanità” significa anzitutto “inconsistenza”, “vuoto”. Non si tratta soltanto della precarietà del mondo e delle cose create, ma dell’attività umana nel suo insieme. L’autore sacro si rende, quindi, conto che tutto l’impegno e la fatica degli esseri umani non hanno consistenza. Qoulet può sembrare troppo pessimistico, ma in realtà egli passa in rassegna le varie attività e imprese in cui si faticano gli uomini, e conclude che “non c’è alcun vantaggio sotto il sole”.

Anche il successo sociale ed economico, alla fine rivela la sua radicale inconsistenza, poiché chi ha lavorato con sapienza e successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro “che non vi ha per nulla faticato”. Sullo sfondo di quest’ultima affermazione, si profila l’esperienza della morte che porta allo scoperto la radicale inconsistenza di tutto. La riflessione di Quolet è frutto di esperienza. Egli considera la condizione umana con sano realismo. La saggezza o sapienza, che inizia con la presa di coscienza del limite radicale di tutto il creato, consiste qui a vivere ogni esperienza umana come un dono e non come una proprietà inalienabile.

Su questo filone sapienziale si innesta anche il brano evangelico. A Gesù viene richiesto un intervento per fare da giudice o arbitro in una controversia circa la spartizione dell’eredità. Secondo le prescrizioni della legge veterotestamentaria, al primogenito spetta il doppio dell’eredità. Il fratello minore vorrebbe allora far valere il suo diritto contro l’abuso del primogenito . I beni invece di essere veicolo di comunione e di relazione, sono per lui cose da accumulare, da difendere, e finiscono per chiuderlo in una prigione. Non uscirne, se non difficilmente. Gesù rifiuta di intervenire, ma rivolge ai due fratelli e alla folla presente questo avvertimento: “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, poiché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Infatti, la vita è un dono di cui nessuno può disporre in modo assoluto e inalienabile. Chi pensa al contrario si illude.

Quindi, per illustrare la sua dichiarazione, Gesù racconta la parabola di questo ricco proprietario agricolo, di fronte a una stagione fortunata, che gli ha dato un raccolto eccezionale, che pensa ad ampliare i magazzini in modo ad avere riserve che gli assicurano un futuro felice. Per dare vivacità a questa illusione, Gesù riporta il soliloquio di quel proprietario: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”. Anche questo viene dalle mani di Dio; però, questa coscienza manca al ricco agricoltore della parabola.

Purtroppo, il suo discorso solitario notturno viene interrotto da una terribile sentenza divina: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”. Nel linguaggio biblico, lo “stolto” è chi agisce come se Dio non esistesse, e che non tiene conto del limite della propria esistenza. Questo ricco proprietario viene definito “stolto” perché crede che molto denaro significhi molta vita. Perché fonda la propria sicurezza sull’avere e non sull’essere. Perché non capisce che la vita va riempita di amicizia, di dono, di relazioni, di condivisione, ma non di cose. Non c’è posto qui per l’avarizia, l’avidità dei beni con l’idolatria.

Gesù chiude il suo insegnamento con un ammonimento implicito: “Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”. Si tratta di fare un uso sapiente dei beni. Nella prospettiva evangelica, la condivisione dei beni a favore dei poveri è l’unico investimento sicuro, cioè il tesoro nei cieli, “dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma”. La vita e i beni non dovrebbero mai essere considerati come un fine, come una realtà che prende il posto di Dio: Dio è l’unico fine che dà e fonda ogni vita.
Don Joseph Ndoum

Siamo stolti quando…

Quest’uomo non è un uomo del passato, egli rappresenta benissimo ciascuno di noi. Siamo noi che continuiamo a calcolare la possibilità di avere di più, più lavoro, più mezzi economici, più svago, più viaggi, più divertimenti. Facciamo presto ad accorgerci di essere poveri: l’uomo della parabola, diventando ricco si è accorto di non avere magazzini sufficienti per le sue scorte, si è accorto di essere… povero!

Ma, dice Gesù, era stolto. Siamo stolti quando dimentichiamo di mettere nei nostri calcoli la presenza e la paternità di Dio. Siamo stolti quando dimentichiamo che i beni di questo mondo non ci faranno mai felici, né testimonieranno per noi all’ultimo giudizio. Siamo stolti quando dimentichiamo che le ricchezze ci sono date per arricchire di amore generoso il mondo, per alleviare le sofferenze dei poveri, per dare testimonianza che Dio è provvidenza per coloro che non dispongono di nulla. Siamo stolti quando pensiamo di essere padroni di ciò che passa per le nostre mani: non sappiamo nemmeno se domani saremo ancora qui. [sm/comboninsieme]

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