Il Jazz è armonia fra polarità, possibilità di alleanze lontane che creano bellezza

Mezzo secolo fa, il critico musicale George T. Simon aveva già detto tutto quello che è utile sapere sul sessismo nel jazz: “Solo Dio può fare un albero, e solo gli uomini possono suonare un buon jazz”. Questo pregiudizio di genere ha radici profonde (e direi non solo nel jazz.)
Durante la serata inaugurale di Jazzocene si è parlato anche di questo, prima di lasciare la scena a Paolo Fresu e Uri Caine.
Jazzocene, un evento culturale educativo, che ispirandosi all’Antropocene, vuole, per contro, rilanciare con forza l’idea che l’essere umano attraverso il jazz, sia in grado di incidere – superando la nicchia, per quanto raffinata, in cui viene percepito – sui processi culturali,  artistici, ma anche sociali e ambientali del tempo che ci attende.
E così in questa serata di perfetta letizia, fra i tanti intensi pezzi, si è dato spazio ad una donna compositrice del 1600, Barbara Strozzi.
Fresu e Uri Caine in modo maestoso e con l’eleganza malinconica e l’umanità che li contraddistinguono, hanno trasformato in jazz alcune opere della compositrice, rendendole incredibilmente attuali.
Curiosità: Uri Caine ebreo americano che vive in un quartiere arabo e Paolo Fresu, sardo che vive a Bologna, hanno trasformato in jazz musica barocca del 1600.
Ecco cosa è il Jazz per me: armonia fra polarità, possibilità di alleanze lontane che creano bellezza.

Allora è Jazz tutto questo caos creativo, questa continua evoluzione che sto assaporando in molti ambiti, economico imprenditoriale, culturale e artistico, nei percorsi evolutivi di profonda consapevolezza, fino al sorgere impetuoso di comunità auto organizzate.
Sorrido avendo sempre più la meravigliosa conferma della pulsione alla vita in cui siamo immersi a nostra insaputa.
Un periodo di forte buio come quello che stiamo vivendo, porta l’emergere di potenzialità e virtù, di cui l’essere umano sa essere portatore con follia creativa e grande maestria.
Fra un ghigno sornione e una nota potente, e un calice di rosso, mi dico che non posso permettermi di perdere un secondo di questa vita, che mi stupisce sempre con i suoi insegnamenti, faticosi e perfetti.
E questa forza vulcanica la ritrovo qui, alla Cantina Bentivoglio, storico jazz club che frequentavo dopo allenamento ai tempi dell’Università.
A volte si torna a fare le stesse esperienze, ma ciò che si porta a casa è ben altro.
Essere e vivere jazz oltre i confini, oltre la dualità, e con la speranza che il mondo, tutto, diventi più femminile: accogliente rispettoso e spazioso.
Per ora partiamo dal jazz, stasera, qui a Bologna.

Sorriso sempre

Michela Vitali
Riflessioni scomode ma Vitali

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