Il nostro ricordo di Marco Biagi nelle parole di Marino Bartoletti

Con Marco Biagi andavo in bicicletta. Si partiva (eravamo in tanti) dal “Cancellone” dei Giardini Margherita. Spesso c’era anche qualcuno di molto importante : così importante che – lui – la scorta ce l’aveva. Era un uomo serio e simpatico Marco: pedalando verso Zocca, o verso Monghidoro, o verso la Futa parlavamo più di figli che di lavoro. Mi ricordo che gli piaceva “Quelli che il calcio” che spesso guardava assieme a Marina. E così ogni tanto l’argomento andava lì: lo divertiva. Era più facile che fossi io a raccontargli qualcosa di sport che non lui di quello che faceva. Anche perché una comune laurea in giurisprudenza non mi permetteva certo di adeguarmi alla sua cultura specifica e alla sua competenza. “Siamo così indietro” mi diceva ogni tanto. E non parlava delle piccole salite che stavamo affrontando: anche perché lui, oltretutto, era piuttosto bravo ed allenato.

Quest’uomo mite, prezioso e purtroppo indifeso venne assassinato sotto casa il 19 marzo vent’anni fa da degli infami relitti della società (anacronistici zombie delle cosiddette “Nuove Brigate Rosse”): con la stessa arma con cui fu era stato ucciso Massimo D’Antona. Aveva appena 51 anni. In casa lo stavano aspettando sua moglie Marina, Lorenzo che allora aveva 13 anni e Francesco che ne aveva 20. Avrebbero dovuto festeggiare insieme la Festa del Papà.Inutile avventurarsi in questa sede nelle intuizioni di Biagi legate al mondo del lavoro (e a maggior ragione nella tenace resistenza – ben oltre l’ostilità – di un potente Sindacato). Il tempo – che forse lui ebbe solo il torto di precorrere troppo – gli stava già dando ragione: e mai gliene avrebbe data tanta soprattutto in questi ultimi anni. Lo Stato per cui lavorava e per cui immolò la vita non gli stette davvero vicino: Marina (che ancora oggi afferma di aver perdonato gli assassini perché non voleva che i suoi figli crescessero nell’odio) ebbe almeno il conforto della vicinanza di altri “servitori dello Stato” che le permisero di guardare in faccia, assicurati alla giustizia, i mostri che le avevano segnato la vita.

Mi rendo conto di essere meno indulgente di lei. Marina è felice di essere nonna di Arianna e Martina, figlie di Francesco. Nonno Marco le avrebbe fatte sicuramente divertire

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