Escursione alle Rovine di Monterano in area Canale Monterano

GRUPPO TREKKING TIBURZIESCURSIONE ALLE ROVINE D MONTERANO21 OTTOBRE 2021

La presenza di numerose caverne naturali ed artificiali (Greppa dei Falchi e lungo le valli del Bicione e del Mignone), ed il rinvenimento nel comprensorio monteranese di reperti archeologici dell’uomo dell’età della pietra (lame di selce, punte di frecce), testimoniano una frequentazione umana preistorica, favorita dalla presenza di boschi ricchi di fauna, di un fiume, di innumerevoli differenziati torrenti e fossi, che in tutto il corso dell’anno, alternativamente, assicuravano un consistente fabbisogno idrico. Non risultano condotti a termine sistematici studi sui periodi della pietra, quantomeno non noti perché non ancora pubblicati, disponiamo invece di maggiori certezze di presenza umana dell’appenninico e dell’età del rame.

Monterano, quella che ora ci appare e che conosciamo noi, è stata distrutta nel 1800 ad opera dei falsi amici francesi. Invasori nel nome  della Liberté, dell’Égalité e della Fraternité, che senza pietà alcuna e plausibile, per una banale motivazione hanno compiuto uno scempio inqualificabile. Circolano varie ipotesi sull’increscioso fatto, ma io, in modo particolare, accredito una certa ritorsione operata verso un episodio che riguardò indirettamente questi galli moderni, che avrebbero potuto risolvere la querelle con pene più lievi.  Veniamo ai fatti come li racconto io … gli agricoltori tolfetani sarebbero stati la causa indiretta della distruzione del paese. I monteranesi non consentirono loro di macinare il grano nella Mola sul Mignone c.d. di Ceccarelli. I Tolfetani, dopo il rifiuto, investirono i militari francesi, che avevano nel 1800 il comando sul ter ritorio e sulle città montane.  La mancanza del macinato, metteva in dubbio la somministrazione gratuita, tra l’altro, del pane quotidiano per l’intera truppa, quale diritto  dell’ invasore egemone.

 La condanna esemplare di questi giacobini non tardò a mostrare il pugno di ferro e tutta la loro ferocia, a sfruttare l’opportunità gratuita e sfogare l’odio innato e generalizzato verso tutte le popolazioni della Penisola.  

 La macchina bellica d’oltralpe si mise in moto! La distruzione della cittadina fu quasi completa e letale. Unico gesto di magnanimità  … l’avviso alla popolazione di abbandonare le loro case prima che iniziasse il bombardamento e fossero completamente demolite. Ma radere così al suolo un paese non equivale ad una condanna a morte per tutti gli abitanti? I quali con la santa pazienza lo ricostruirono con inimmaginabili sacrifici poco più avanti, con il nome di Canale di Monterano!  Tutti scapparono portandosi via dalle abitazioni, in fretta e furia, quel poco e stretto necessario che potevano portare al seguito. Restarono in Monterano soltanto un paio di Monaci nel Convento di San Bonaventura. Dopo aver dato mano al saccheggio di ogni cosa, quale diritto di conquista, l’artiglieria francese posta sul colle della Madonnella-Greppa dei Falchi, distrusse, con orientam ento sud-ovest, tutto il paese, che dovette apparire, il giorno seguente, come colpito dal passaggio di un violento uragano. Non paghi, questi conquistatori, con cariche di dinamite demolirono le case superstiti, che miracolosamente erano scampate alla distruzione. E vedremo noi l’immagine di Monterano the day after della sua tragedia, dopo l’incuria umana e gli agenti atmosferici.

Il Colle frequentato fin dalla civiltà appenninica, potrebbe riservare interessanti sorprese archeologiche. In particolare reperti del periodo etrusco si potrebbero rinvenire sotto i ruderi delle abitazioni. Non risultano effettuati scavi ufficiali, nella vasta piazza ove sorgevano le abitazioni, agli strati di humus appartenenti a quel periodo.

Monterano poggia su un altipiano di tufo difeso naturalmente su tre lati, classica e nota disposizione dei centri etruschi, ed era accessibile attraverso quattro porte urbiche, ricalcate nelle successive fasi storiche, tuttora evidenti. Le tombe erano poste nella falesia sotto il perimetro della città, mentre nella parte alta, inequivocabile, sorgeva una vasta acropoli, ove è stato edificato il palazzo baronale. Due templi erano sicuramente presenti ove sono erette la cattedrale altomedievale di S.Maria e la chiesa di S. Bonaventura.

Una fiorente economia, fondamentalmente agricola e pastorale, consentiva un discreto commercio con i vicini centri minerari, attraverso alcune strade, ed il bacino interno Falisco-sabino, la Via Clodia e le sue diramazioni principalmente.  Mentre altre due vie di comunicazione si dipartivano verso ovest per raggiungere Cere e la Tulfa.

Lungo le rocce scoscese sono ancora presenti vari sentieri di rapida evacuazione e di non facile identificazione, che gli etruschi avevano opportunamente realizzato anche con vie cave… alcune porte urbiche citate, erano ben controllabili e scendevano in queste tagliate, naturalmente difese. Altre erano protette da imponenti mura (porta Romana, Porta Gradella). |Tutte portavano il loro accesso a valle, al passo del Canalicchio ed oltre  verso il corso del Bicione o verso il tratto medio del Mignone.

Dopo la dominazione romana la popolazione di Monterano fu deportata nella vicina colonia di Forum Clodii.  L’abbandono della città conseguente il latifondismo sprofondò il territorio nel caos e nel più completo isolamento.  Fatto globale e generalizzato, la deportazione, colpì tutta l’Etruria, o per meglio dire la c.d. VII Regio. In questo contesto degli etruschi tutto si perse e di alcune lucumonie se ne disconobbe anche l’ubicazione. Della loro storia, lingua, religione, sappiamo qualcosa soltanto dalla compiacenza di alcuni autori greci, o da partigiani latini o dalle eloquenze delle loro necropoli. Molti usi, costumi, in particolare arte bellica e parole sopravvivono, anonimamente entrate, non so grazie a quale arcano mistero, nell’uso comune del nuovo popolo egemone, che poi fu ugualmente etrusco.

 Intorno al IV secolo d.C., le invasioni di popolazioni germaniche spingono il vescovo e gli abitanti della prossima Forum Clodii, ad abbandonare la città per riportarsi opportunamente sul colle monteranese. Luogo più sicuro ove rifugiarsi (periodo così detto  dell’incastellamento). Vennero sistemate le preesistenti vie di comunicazione, presumibilmente costruito l’acquedotto, edificate le abitazioni e le chiese su precedenti strutture templari etrusche, sistemata una sede vescovile e costruita la cattedrale di S. Maria.

Nel 1527 Papa Clemente VII, in viaggio per Bracciano da Allumiere, percorrendo a cavallo una strada ora scomparsa, così descrisse la sua avventura: … cavalcando per chine scoscese, passato il Mignone, che con chiare acque attraversa quelle montagne, entrammo nel vago e dilettevole paese di Monterano, famoso per gli ottimi vini (alicante), verdeggiante e per gli spessi e foltissimi grani.

Nella Diocesi monteranense, in base ai concili romani risultano essersi alternati i seguenti vescovi:

·Reparato 649

·Esilarato 680

·Opportuno 721

·Donno 761

·Bono 769*

·Teodosio 826*

·Teodoro 853

·Floro I 869*

·Floro II —-

·Giovanni I 964*

·Martino 967

·Giovanni II 998

L’ultimo vescovo è risultato Giovanni II (998), nell’anno 1000 la diocesi di Monterano passa sotto quella di Sutri.

Emilio Bonaventura Altieri, papa Clemente X, al soglio pontificio nel 1670, acquistò i feudi di Monterano, Oriolo e Viano (Veiano), fece poi eseguire molti lavori in Monterano, giovandosi del migliore artefice del Barocco romano, Gianlorenzo Bernini. L’architetto progettò la chiesa ed il convento di S. Bonaventura, la fontana ottagonale, riordinò mirabilmente la facciata del palazzo baronale, collegando le due torri di diversa architettura, da una loggia a sei arcate, sotto cui, sfruttando le rocce esistenti, realizzo la bella cascata del Leone.

Mentre in seguito venne edificata la piccola chiesa di S. Rocco, a fianco del palazzo baronale, dedicata al Santo dopo che in paese venne sconfitta una violenta epidemia di peste. Ed è noto che il Santo è il protettore degli appestati, dei contagiati in genere da morbi (quindi anche dal COVID), dei pellegrini, dei farmacisti e dei becchini, in alcuni luoghi anche dei lavoratori delle pelli e, per finire, dei nostri più fedeli amici a quattro zampe, i cani. Ma quanti dicasteri!

CRONACA DI UNA PASSATA ESCURSIONE

Domenica 15 novembre 2009: finalmente riusciamo a sgranchirci le gambe e le articolazioni rugginose e crocchianti, dopo un forzato riposo quindicinale imposto da Giove pluvio. L’escursione oggi è notevole, e sarebbe già sufficiente percorrere soltanto i due eccezionali percorsi natura del Parco per appagare le lunghe attese del Gruppo. Questo grazie alle cure dell’Ente gestore del sito, e bisogna riconoscere che questo non teme confronto con altri parchi presenti nel Lazio. Un appunto? Il divieto di accesso entro il palazzo Ducale, nella Chiesa di San Bonaventura e nel Cavone etrusco.

Il cielo coperto al punto giusto, luci soffuse ed aria ovattata di novembre, lasciano intendere che oggi il bosco natura ci renderà i più bei colori e le migliori sensazioni proprie autunnali.

Giù dal parcheggio, scendiamo il ben restaurato sentieretto per portarci sotto la gradevole cascata della Diosilla, ove un tempo perse la vita una ragazza del luogo, tal Deosella, posta sulla confuenza del Fosso della Fonte del Lupo e del Torrente Bicione, che oggi si presenta a noi con scarsa portata di acque. Ma l’effetto vista è compensato dai colori delle rocce, affioranti sull’alto della cascata e nella sottostante pozza, che si mostrano con i loro forti colori ruggine del minerale di ferro e blu primario cyan dello zolfo, contornate da verde intenso degli abbondanti muschi. Ovunque a strapiombo, nei ritagli scenici della cascata, si affacciano, abbarbicate sulle rocce, felci, capelvenere e piccoli arbusti riparali. Non c’è alcun dubbio che qualsiasi impressionista non sarebbe in grado di superare, con la propria arte pittorica, immagini così belle come quelle che la natura dispensa, ovunque, senza ne anche un po’ di vanità e presunzione.

Sarà attendibile la mia supposizione che il Bernini, sul luogo per volere di papa Clemente X Altieri, abbia tratto spunto da questa modesta ed umile cascatella, per progettare la Fontana del Leone in Monteranno e quella di Trevi in Roma?

Proseguiamo oltre per il sentiero natura il cui fascino sconfinato è così immenso come immenso è il suo meraviglioso dono. Ed ovunque, ove il torrente va serpeggiando a valle intersecando il nostro cammino, opportunamente sistemati, simpatici ponticelli in legno, ci permettono di superarne agevolmente il greto. Il sentiero procede addossato sulla sinistra del canyon dell’alta parete di tufo, ricoperto da un tappeto di foglie d’acero, ricco di colori giallo fulvo, mentre accidentalmente dagli elevati e frondosi alberi filtrano raggi di sole, lasciando innalzare, lentamente, passo dopo passo, piccole nuvole di vapore ed un intenso profumo di sottobosco, micelio di sconosciuti funghi che vanno a sintetizzare le piante morte. A tratti ci si alza dal greto del Bicione che si lascia piacevolmente intravedere con le sue ridenti cascatelle variopinte, mentre alcuni enormi blocchi di tufo caduti dall’alta costa, interdico no il passaggio, costringendoci a chinarci sotto autentiche forche caudine che fanno trasferire altrove i nostri pensieri. Poi ancora avanti grotte, naturali o scavate dall’uomo, un tempo relativamente recente, per graffiare e predare minerale dalle viscere della terra, mentre un intenso, pungente acre odore di zolfo sparso nell’aria, lascia supporre la presenza di una vena di minerale affiorante. E’ qui che usciamo all’aria aperta avanti un bianco paesaggio lunare, spettrale, ove ci accolgono tondi ciottoloni grossi anche due o tre volte un pallone di calcio. Un silenzio spettrale ci assale, siamo or ora penetrati nel regno di Manturna o Mania etrusca, regina degli inferi, che ha conferito il toponimo al luogo. Rappresentò quella divinità, molto più tardi, la Dite dei Romani, che dette spunto a Dante per dare nome alla città infernale ove ha sede il Sesto Cerchio dell’inferno, abitata dagli eretici (epicurei): Epicuro, Farin ata degli Uberti, Cavalcante dei Cavalcanti, Papa Anastasio II, per citare i più noti e maggiorenti ospiti.

E’ qui, in Monterano,  che le manifestazioni del vulcanesimo si fanno più presenti ed ove gli etruschi ritenevano più breve la strada per raggiungere gli inferi, che avrebbero percorso un dì per ritrovarsi e congiungersi con i loro cari defunti e le divinità dell’oltretomba: Tukulca, Charun, Vanth, Le Lase, ragazze rappresentate nelle tombe di Tarquinia vestite con una minigonna retta da bretelle incrociate ed una torcia nelle mani. Ma ho l’impressione che quelle divinità, dai nostri padri etruschi non fossero ritenute loro avverse, ma che accompagnassero, amorevolmente, nell’aldilà, l’uomo nel suo cammino per l’eternità. Non c’é alcun motivo che l’uomo, nel suo cammino per l’aldilà, si affiancasse a divinità avverse. Mente locale, l’odore di zolfo non giustificato, non è frequentemente associato alla presenza d i Satana? Poco è cambiato dagli etruschi alla nostra concezione del mondo ultraterreno!

….. Ci portiamo ora verso la mofeta che ovunque, tutt’intorno a se, ha sparso secolare cenere bianca di zolfo. Posta proprio sotto due caverne preistoriche. Qui il solito scherzo dell’acqua bollente ed ormai quasi nessuno più ci casca, un po’ come la storia del Maone di Angelo. Poi la visita alla casa appenninica, per raggiungere, dopo un breve pendio il suggestivo cavone etrusco, che percorrerlo suscita le più diverse impressioni e sensazioni. Già per alcuni, il tempo, il costo del carburante fin qui impiegati, risulteranno ben spesi. Ma questi trekkisti non hanno ancora fatto i conti con il fascino delle rovine di Monteranonesi! Le suggestive case dirute, i resti del campanile della Cattedrale di S.Maria, le chiese di San Bonaventura e di San Rocco, il Convento di S. Bonaventura, l’acquedotto medievale a doppie arcate, altre, tante anonime emergenze che appena si affacciano dal suolo. E per finire il castello baronale degli Altieri con le sue due torri asimmetriche, la loggia a sei arcate e la sottostante Fontana del Leone. Una notevole statua del felino realizzata in pietra locale, rappresentato mentre colpisce le alte rocce con una zampata, facendo sgorgare uno zampillo d’acqua, che andava a formare una suggestiva cascata d’acqua sui tormentati massi giù nel basso, finendo entro una vasca semicircolare per l’uso potabile dei Monteranesi. Chiara è l’allegoria del leone con il signore, il principe del luogo, che probabilmente finanziata l’opera, aveva donato l’acqua agli abitanti del colle, qui portata da Monte Monastero.

Dopo il frugale pranzo ed una lauta distribuzione di anonimi dolci e caffè, ripartiamo per il bel Fosso Rafanello, ingresso di ulteriori e future escursioni del Gruppo. Quindi il rientro.

Vanì

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