L’Uomo è nel cuore di Dio

Ieri, quando mi è stato detto che si festeggiava il quinto anniversario del Centuplo, ho subito pensato: che bel viaggio! Ovviamente – per deformazione professionale e per amore personale – il “viaggio” per eccellenza per me è quello di Dante nella Divina Commedia. Così ho pensato di vedere come inizia e come finisce questo straordinario percorso che porta un uomo come tanti a conoscere meglio se stesso, ma anche Dio.

Tutti conoscono i versi iniziali del poema: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura”. La selva oscura. La selva del peccato, del dubbio, delle difficoltà, in cui ognuno di noi – prima o poi – rischia di smarrirsi. È inevitabile che Dante si senta perduto: “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura / esta selva selvaggia e aspra e forte /che nel pensier rinova la paura!”. Tuttavia, il poeta vede una luce davanti a sé, che brilla sulla vetta di un colle, e cerca di raggiungerla. A questo punto gli si parano dinnanzi le famose “tre fiere” e, di nuovo, ogni via sembra impraticabile. Ecco, infine, arrivare Virgilio che, affinché Dante possa uscire dalla selva, gli dice di … tornare indietro.

Sembra follia. Quando siamo nelle difficoltà, come può aiutarci il fatto di tornare indietro? In realtà ci aiuta molto. Come Dante spiega nel bellissimo passo sulla necessità dell’Incarnazione e della Passione (Par. VII, 52-120), Dio è un padre amorevole e nessun padre amorevole rimuove completamente gli ostacoli dalla via dei figli; piuttosto li mette nelle condizioni di rimuoverli da soli. Ecco che il tornare indietro acquista senso. Tornando indietro, ci confrontiamo con il nostro errore o con la nostra momentanea debolezza, comprendiamo meglio noi stessi e le nostre capacità, ci facciamo carico di ciò che in noi è brutto o manchevole, non lo rifiutiamo, ma lo accettiamo come parte del nostro essere finiti e imperfetti e ripartiamo da lì.

Sembra facile, ma, per accettare davvero tutto questo e ripartire, Dante ha avuto bisogno di attraversare tre Regni dell’Aldilà e di camminare per una settimana contemplando orrori e dolori indicibili e, solo alla fine, eccelse beatitudini. Ciò significa che a volte anche noi crediamo di trovarci davanti a qualcosa di insormontabile, di disumano e avremmo voglia di cedere e rimanere nella selva. Invece Dio ci sprona ad andare avanti, a combattere. A volte non ne possiamo uscire vincitori su questa terra, non ci avviciniamo nemmeno alla cima del colle, ma – se crediamo – dobbiamo essere consapevoli che la nostra vita non si riduce al battito del nostro cuore, che ci sono un fine più alto e un premio maggiore alla fine di tutto. Dobbiamo fidarci che la strada di difficoltà e sofferenze che ci sembra aperta davanti a noi ha un significato, un valore che scopriremo solo percorrendola tutta, appropriandocene in ogni suo passo.

Quando Dante arriva finalmente in Paradiso, tutto ciò che ha visto nell’Inferno e nel Purgatorio rimane dentro di lui, una nuova consapevolezza che non lo limita, ma che diventa parte di lui e che lui accetta con gioia. Anche noi, giunti alla fine dei nostri cammini, quando finalmente arriviamo a toccare l’obbiettivo che ci ha sorretti nel percorso, se abbiamo accettato e interiorizzato quello che abbiamo visto e imparato, siamo forzatamente diversi da ciò che eravamo all’inizio, siamo in grado di sostenere pesi che ritenevamo impossibili ed eccessivi, che ci avrebbero fatto paura solo a pensarli.

È inevitabile che questi percorsi ci lascino delle cicatrici ma Dio non li ha pensati per torturarci, bensì per renderci pienamente uomini, pienamente donne. Quale madre si lamenterebbe della cicatrice di un cesareo, se per quello ha potuto tenere tra le braccia il proprio figlio? Le cicatrici sono la traccia di ciò che ci ha resi come siamo, qualcosa che ci permette di sentirci forti e di guardare al futuro con maggiore speranza. All’ingresso del Purgatorio l’angelo guardiano dice a Dante “Intrate; ma facciovi accorti / che di fuor torna chi ’n dietro si guata”, cioè che deve andare avanti, senza più voltarsi per non rischiare di tornare indietro. Questo ci ricorda che, se davvero abbiamo attraversato l’Inferno e abbiamo imparato e accettato qualcosa di noi, non dobbiamo più averne paura: è in noi, certo, ma solo per spronarci a migliorare e non per trascinarci di nuovo indietro.

La cantica del Paradiso offre molti spunti, alcuni più espliciti e altri meno, per riflettere proprio sull’amore che Dio porta agli uomini. Per concludere questo momento di condivisione con voi, voglio concentrarmi su quello più poetico: Par, XXXIII, 115-120, 127-132

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso, e ’l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri.

[…]

Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige:

per che ’l mio viso in lei tutto era messo.

Dante non ha – ovviamente – parole per descrivere la Trinità, concetto che supera ogni nostra comprensione, ma ci prova. Padre, Figlio e Spirito Santo sono tre cerchi leggermente diversi, ma della stessa grandezza. Il Padre e il Figlio si mostrano a Dante come due arcobaleni, uno riflesso dell’altro, e lo Spirito come una fascia di fuoco che li unisce e spira da entrambi. La cosa più bella, però, è che, continuando ad osservare, Dante si rende conto che in uno di questi cerchi, come in uno di quei medaglioni con l’ologramma che andavano di moda negli anni Novanta, si delinea qualcosa. È un volto. È il nostro volto. È il Figlio che gli si mostra con il volto dell’Uomo. A questa rivelazione Dante cede e perde i sensi. Per noi, però, basta che lui abbia visto questo. Nel cuore della Trinità (dove poco prima Dante ha detto che si trova legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna) si trova il volto dell’Uomo. Nel cuore di Dio c’è l’Uomo. Nel cuore di Dio ci siamo noi, ognuno di noi. Come possiamo temere, a questo punto, che sulla terra ci sia davvero qualcosa che possa farci male? Dio ci tiene nel suo cuore. Non elimina le difficoltà – anche enormi – dal nostro cammino, ma ci rende forti per superarli ed è lì a premiarci quando lo facciamo.

Davvero: non dobbiamo avere paura!

2 pensieri riguardo “L’Uomo è nel cuore di Dio

  • 27 Aprile 2021 in 14:22
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    IO MI DOMANDO… MA POSSIAMO ARRIVARE AL PUNTO DI USCIRE DA QUESTO MOVIMENTO NEL TEMPO(perché il pensiero è tempo) CHE MI VEDE ARRANCARE IN UN CONTINUO RICORDO DEL PASSATO VERSO IL FUTURO? UN DESIDERIO DI ESSERE QUALCOSA DI MIGLIORE….SEMORE IN BILICO TRA PUNIZIONE O PREMIO. LE CICATRICI SONO LE TRACCE DEL PASSATO CHE CI RENDONO CIÒ CHE SIAMO (le nostre esperienze vissute)… QUALCOSA CHE CI FORTIFICA? DA CUI RIPARTIRE GUARDANDO AL FUTURO CON SPERANZA? LO ABBIAMO VISSUTO, CONOSCIUTO E CI HA RESI PIÙ CONSAPEVOLI ( “accettato”… meglio “compreso” qualcosa di noi) E CI SPRONA APPUNTO, dice MARIASOLE nel suo commento, A MIGLIORARCI. A NON AVERE PIÙ PAURA! A NON GUARDARSI PIÙ INDIETRO… IL CHE SIGNIFICA DI NON GUARDARE PIÙ AL PASSATO (che non c’è più) A GUARDARE IN FACCIA LA PAURA. FERMARSI ED INTERROGARLA…SENZA PIÙ SFUGGIRLA. POI, MARIASOLE, TERMINA LA SUA SPIEGAZIONE IN MODO APPASSIONATO… CON UN RAFFORZATIVO IMPONENTE…. “DAVVERO” (in verità, veramente) NON DOBBIAMO AVERE PAURA! POICHÉ NOI SIAMO NEL CUORE DI DIO. TUTTI. COME POSSIAMO PERCIÒ TEMERE QUAGGIÙ SULLA TERRA QUALSIVOGLIA MINACCIA… ED È AVERNE PAURA? DIO CI TIENE NEL SUO CUORE. TUTTAVIA NON ELIMINA LE DIFFICOLTÀ E NON PUNISCE NESSUNO(ne premia)… FA IN MODO CHE SIAMO NOI STESSI A FARLO. RENDENDOCI CONSAPEVOLI.. INVITANDOCI AD UNA ATTENTA AUTOCOSCIENZA. CI INSEGNA COSÌ A SUPERARE E VINCERE LA PAURA. ” QUESTO È IL PREMIO FINALE. MA PROVIAMO AD INDAGARE SULLA PAURA… LA PAURA DEL PASSATO, DEL FUTURO… DEL TEMPO, DELLA SOLITUDINE, DELLA MORTE, DELL’OPINIONE PUBBLICA, DEL NON CONFORMARSI. CI SONO TANTE FORME DI PAURA, SIA NEVROTICHE CHE SENSATE, PAURE RAZIONALI(se la paura può mai essere razionale o sensata) EPPURE È UN DATO DI FATTO CHE NOI SIAMO INTIMORITI SIA DAL PASSATO, SIA DAL PRESENTE CHE DAL FUTURO. ANCHE DEL TEMPO. INVECCHIARE E RITROVARSI RIMBAMBITI E DIPENDENTI! MOLTISSIME PAURE E NON SOLO CONSCIE. VE NE SONO DI PROFONDE, IGNOTE, INESPLORATE. NEI PROFONDI RECESSI DELLA PROPRIA MENTE. COSÌ IL PROBLEMA É NON SOLO COME AFFRONTARE LE PAURE COSCIENTI MA ANCHE QUELKE INCOSCIENTI. L’INCERTEZZA, L’INSICUREZZA… DI NON SOFFRIRE ANCORA COME MAGARI ACCADUTO TANTO TEMPO ADDIETRO. SIA PSICOLOGICAMENTE O FISICAMENTE. LA SOLITUDINE DI FUGGIRE DA QUELLO STATO. QUINDI SICURAMENTE LA PAURA É UN MOVIMENTO CHE SI ALLONTANA DA “CIÒ CHE É”… LA FUGA, L’EVASIONE… SFUGGIRE DA CIÒ CHE È REALMENTE. È QUESTO MOVIMENTO, L’ALLONTANAMENTO, CHE PORTA ALLA PAURA.E NESSUNO DI QUESTI PROBLEMI DI PAURA PUÒ ESSERE RISOLTO CON LA VOLONTÀ, MI PARE. NEL SENSO DI DIRE A NOI STESSI “NON AVRÒ PIÙ PAURA”. DIREI CHE L’ATTO DELLA VOLONTÀ NON ABBIA SENSO. E ALLORA COSA È LA PAURA? LA PAURA DI IERI, QUELLA DI DOMANI. COME SI ARRIVA A QUESTA PAURA? QUESTO VORREI SCOPRIRE INSIEME A VOI. IO HO IL “RICORDO” DELLA MIA PAURA DI IERI E NON VOGLIO CHE SI RIPETA “DOMANI”. COME ALLORA É ARRIVATA LA PAURA A TUTTO CIÒ? PENSANDO…. PENSANDO AL DOLORE PROVATO IERI. Il RICORDO DEL DOLORE PASSATO PROIETTA LA PAURA DEL DOMANI. DI PROVARLO ANCORA. É COSÌ CHE IL PENSIERO PROVOCA PAURA., OLTRE CHE COLTIVARE IL PIACERE;PERCHE EVIDENTEMENTE PER COMPRENDERE LA PAURA OCCORRE COMPRENDERE IL PIACERE. SONO IN RELAZIONE(se non comprendiamo l’una non possiamo comprendere l’altro) OSDIA NON POSSO DIRE “DEVO PROVARE SOLO PIACERE E NON PAURA”. LA PAURA È L’ALTRA FACCIA, per così dire, DELLA MEDAGLIA CHIAMATA PIACERE. PERCIÒ SE IERI HO PROVATO UNA QUALCHE FORMA DI PIACERE, RI TORNO A PENSARCI SU. É COSÌ CHE FUNZIONA, COSÌ IL PENSIERO GENERA PAURA. É PROPRIO IL PENSIERO A FARE TUTTO QUESTO. LUI CHE SI RIFIUTA DI ESAMINARE IL NASCOSTO, LE PAURE INCONSCE. IL PENSIERO CHE HA STABILITO L’ANSLUZZATORE SEPARATO DALL’OGGETTO ANALIZZATO. IL PENSIERO CHE HA PORTATO NEL “TEMPO” LA PAURA COME MEZZO DI EVASIONE, SOSTENENDOLA… E IL PENSIERO, INOLTRE, NUTRE IL PIACERE, CHE NON HA NIENTE A CHE FARE CON LA GIOIA, PERCHÉ LA GIOIA NON È UN PRODOTTO DEL PENSIERO (DIO é GIOIA ASSOLUTA… se capotti DIO hai ancora DIO… se capotti la GIOIA hai ancora la GIOIA… ma prova ora a capottare il piacere… Che avrai? Il dispiacere, la paura). IL PIACERE LO PUOI COLTIVARE. CI PUOI PENSARE CONTINUAMENTE E RIMUGINARCI SOPRA(a me è capitato tante volte) MA NON LO PUOI FARE CON LA GIOIA. BEL MOMENTO IN CUI CI PROVI SE NE VA, E DIVENTA QUALCOSA DA CUI SI RICAVA IL PIACERE E CHE QUINDI SI HA PAURA, APPUNTO, DI PERDERE. CONCLUDO: DUNQUE IL PENSIERO É RESPONSABILE DEL PIACERE, DEL DOLORE, DELLA PAURA PROVIAMO AD ANDARE ANCORA PIÙ A FONDO? (siamo arrivati fin qui… indaghiamo ancora un attimo) POTREMMO OSSERVARE QUELLA PAURA SENZA DARLE UN NOME? PERCHÉ NEL MOMENTO IN CUI DICIAMO “PAURA” É GIÀ NEL PASSATO, PERCHÉ GLI ABBIAMO DATO UN NOME (nel momento in cui si nomina qualcosa, non lo si divide?) IL BIANCO E IL NERO.. IL MARRONE… IL COMUNISTA…. E QUELLA STESSA DIVISIONE É UNA FORNS DI OPPOSIZIONE, CONFLITTO E PAURA. PERCIÒ IL PROBLEMA È OSSERVARE SENZA IL CENTRO, SENZA NOMINARE LA COSA CHE SI PRESENTA, CHIAMATA PAURA. E QUESTO, CARI AMICI INVESTIGATORI, RICHIEDE UNA DISCIPLINA STRAORDINARIA. ( disciplina significa IMPARARE.. imparare da qualcuno) VOI ORA NON STATE IMPARANDO DA ME… STATE IMPARANDO DA VOI STESSI E PER OSSERVARE TUTTO QUESTO CON ATTENZIONE LA MENTE OCCORRE CHE OSSERVI SENZA DIVISIONE, SENZA IL CENTRO A CUI È STATA ABITUATA DA SEMPRE (.. IO… IO…. IO… IO.. io..) ALLORA C’È LA FINE DELLA PAURA, SIA QUELLA CONSCIA CHE QUELLA INCONSCIA.

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  • 27 Aprile 2021 in 14:27
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    (cribbio ho dimenticato la parola d’ordine………. BELLA STORIA)

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