Degustando, sotto la pioggia, un casino di Delizie

Nuvoloso, molto nuvoloso, nubi sparse e temporali, rovesci, nuvoloso, debole pioggia…
Ok, le previsioni di oggi pomeriggio non sono l’ideale ☔️ 😱 ⛈ per andare a cercare i resti del Ninfeo dei Sacchetti al Pineto.
E allora 🤔 che si fa? Annulliamo l’appuntamento? Summit con Silvia e Antonio e, si, decidiamo che è prudente farlo: anche se ci dispiace, è meglio rimandarlo a una domenica di sole.

“Manco per sogno!” mi telefona un amico, trafelato: “Io c’ho cinque ragazzini, moglie, amiche, amici e pure mia suocera che non vedevano l’ora: glielo dici tu che non si va? O ci porti tu o ci andiamo da soli. Decidi.”.
No, che sei matto, da soli? Ve porto io, ve porto… Tanto avevo già deciso di andarci lo stesso, che i ruderi del Ninfeo dei Sacchetti, sotto la pioggia deve essere qualcosa di mai visto: e io lo vojo vede’.
Sneakers robuste o pedule o, mejo, galosce, mantella da ciclista, guanti antigraffio, mascherina e distanza, che il virus è fetente, e vai: degustare un Casino di Delizie si può fare anche sotto la pioggia…

A piedi bagnati nel parco, si va, si passa attraverso un roveto che a fine estate saranno tutte more, scorpacciate, marmellate e una grappa che non ti dico; poi le sughere, che solo in Sardegna le vedi più belle, e il mirteto, che Antonio ci raccoglie le bacche e ci fa un liquore strepitoso; poi la duna fossile scavata dal sentiero, qualche ardita scivolata sulla poltiglia di sabbia e argilla su cui si pattina che è una bellezza.

Poche sdrucciolate e siamo sul posto: sostiamo su quello che era il terrazzo pensile, praticamente il primo piano del monumentale edificio, e ci dividiamo in due gruppi: prima vanno i cinque ragazzi, poi i cinque adulti: c’è da scendere un dirupo scosceso, da districarsi dalle liane che si annodano ai piedi, da camminare accucciati sotto due alberi distesi, da saltare un minuscolo fosso che è in realtà il primo metro del rigagnolo che sgorga dalla sorgente dove il poco più che trentenne Pietro Berrettini da Cortona s’inventò prima il Ninfeo, poi il Casino: sembra un percorso di sopravvivenza, ma sono i ragazzini a manifestare con entusiasmo il loro incanto: “E’ fighissimo, peccato che sia solo un rudere… Chissà come doveva essere bella la villa che ci hai detto!”

Me lo dicono anche gli adulti, ma io gli spiego: guardate che al Pietro Berrettini da Cortona questa fine del suo edificio non gli sarebbe dispiaciuto: lui era prima di tutto un grande paesaggista, come spiega Annarosa Cerutti Fusco, la più grande esperta che su questo artista ha scritto un bellissimo libro. La sua idea era di fondere le architetture disegnate dall’uomo con quelle disegnate dalla natura, di farne quasi una scena teatrale con chiaroscuri, un gioco di contrasti, una fusione di elementi scaturiti dalla terra e dall’acqua delle mitologie antiche, Flora, le ninfe, i Tritoni, e baciati dal sole galileiano.
Lo dico con parole mie, ma la figata di questi ruderi è proprio quella di abbozzare e suggerire le architetture del grande artista barocco amalgamate col capelvenere, con l’edera, con le radici degli alberi, con l’acqua sorgiva sotto la pioggia che… adesso inizia ascendere giù a torrente. Decidiamo di tornare sui nostri passi ma ecco che il diluvio smette, e allora scendiamo in fondovalle a vedere altre sorgenti che formano laghetti su cui sono stati poggiati bancali di legno per traballanti attraversamenti, formando un paesaggio bonsai tra Indiana Jones e Crocodile Dundee.

È tornato a diluviare, ci ripariamo sotto le volte formate da un canneto sperticato che deve aver ispirato la progettazione delle prime capanne umane. Aspettiamo che spiova e decidiamo di finirla lì: la pioggia ci fa un baffo, ma di delizie per oggi abbiamo fatto il pieno. Degustare significa non esagerare: ebbri quanto basta, mai ubriachi.
Prosit🍷🐿

Filippo Radaelli

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