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Calasanziani si nasce…e lo si diventa

Avevo all’incirca otto anni, quando mia madre portava me e mio fratello, nel convento delle suore del mio paese, per trascorrere i pomeriggi in loro compagnia. Ricordo con affetto suor Vincenzina, la quale, mi raccontava ogni giorno, parabole su Gesù e Maria. Un giorno quest’ultima mi regalò un libro: una piccola biografia di Santa Rita da Cascia, rimasi molto colpita per i tristi eventi che avevano colpito la Beata, ma al tempo stesso incantata dal suo forte amore per Dio.

Ogni bambino, cerca di avere accanto a sé, un amico del cuore, un amico al quale poter confidare i propri segreti, sentimenti, emozioni. Io un po’ fuori dal coro, decisi di avere una speciale confidente: la Vergine Maria. Non so perché avessi scelto lei, avevo la sensazione che un fil rouge ci unisse. Sapevo per certo che il suo amore nei miei confronti fosse grande, sincero, un faro sicuro, che non mi avrebbe mai deluso nonostante le sfide che ti pone la vita.

Crescendo ho compreso che per poter dare un senso alla mia vita, dovevo mettermi al servizio della comunità che mi circonda, solo così, attraverso il Dono di noi stessi e attraverso la nostra testimonianza e carità, mi sarei sentita davvero vicina a Dio e a colei che non mi ha mai lasciato la mano.

Decisi di intraprendere i miei studi in scienze umanistiche e pedagogiche, in quanto avevo maturato l’idea, che partendo dall’educazione, si poteva creare un connubio perfetto con la carità e la gratuità, soltanto così avrei potuto smuovere le coscienze sin dalla più tenera età. Il bisogno di «offrire» la propria ricchezza interiore non doveva essere vissuto come un qualcosa da riempire, ma come una ricchezza che ogni individuo deve comunicare e trasmettere.

Considerare la propria esistenza un dono, dono da condividere con gli altri in maniera gratuita è la più alta forma di manifestazione d’amore nei confronti di Dio.

Decisi di svolgere il tirocinio universitario, in un’Oasi Calasanziana; sinceramente non sapevo cosa fossero le Oasi, e in particolar modo non conoscevo il mondo Calasanziano. Ricordo benissimo però, il giorno in cui entrai per la prima volta nell’Oasi e la sensazione che mi avvolse non appena vidi all’ingresso la teca della Vergine Maria con i bambini intorno a lei. La osservai colpita per lungo tempo, e la continuo ogni giorno a guardare colpita e innamorata, perché so di essere a casa.

Cito la frase di una famosa canzone:

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi, e poi ritornano”.

Sapevo che da quell’ingresso nell’Oasi, la mia vita sarebbe cambiata e che finalmente, dopo tanti anni alla ricerca di me stessa, ero giunta nella casa del mio destino. L’accoglienza delle suore calasanziane, della coordinatrice e di tutti i laici calasanziani, mi hanno fatto sentire sin da subito la benvenuta e parte della famiglia. Il mio cuore è colmo di gioia!

Essere un educatore calasanziano come ci ha ricordato giorni fa suor Tiziana Barattini vuol dire “essere una persona realizzata, una persona felice, una persona che sa stare con gli altri e che gode dello stare con gli altri, una persona che crede nell’umanità e che cerca di realizzarla appieno in sé”.  Quest’ultima nell’esporre i tratti che noi educatori calasanziani abbiamo con Madre Celestina, ha affermato:

“crediamo che dare alla nostra vita una dimensione di dono, all’interno di una comunità, è un elemento fondamentale per la nostra felicità e per la nostra realizzazione come uomini e come donne.” Mentre pronunciava quest’ultimo pensiero, mi sono resa conto, di essere appartenuta da sempre a Madre Celestina e di non averlo mai saputo.

Lettera di un Laico Calasanziano

2 pensieri riguardo “Calasanziani si nasce…e lo si diventa

  • Si. È bella ed emozionante, anche, l’esperienza di questa signora .Tuttavia ho colto……. in un dichiarato, nella parte finale, che mi induce ad una osservazione…se mi concedete… ” Crediamo che dare alla nostra vita una dimensione di dono, ALL’INTERNO DI UNA COMUNITÀ, sia un elemento fondamentale per la nostra FELICITÀ e per la NOSTRA REALIZZAZIONE(gratificante) come uomini e come donne. Che cos’è quello che cerchiamo di più? Che cos’è quello che ciascuno di noi vuole? Probabilmente la maggior parte di noi cerca qualche genere di felicità, qualche genere di pace… In un mondo come questo poi che stiamo vivendo sconvolto da guerre, contese.. Pandemie più o meno volute… Vogliamo un rifugio dove ci possa essere pace. Così capita anche che ci si metta al seguito di un qualche leader un maestro, anche organizzazioni religiose. Ma noi cerchiamo la felicità oppure cerchiamo una gratificazione di qualche tipo, dalla quale speriamo di derivare la felicità? C’è differenza tra felicità e gratificazione. Si può cercare la felicità? Forse si può trovare una gratificazione ma sicuramente non si può trovare la felicità. La felicità è derivata.. É un sottoprodotto di qualcos’altro. Temo che i più stiano cercando gratificazione.. Che alla fine della loro ricerca vogliano trovare un senso di pienezza.. Un senso alla vita. Dopotutto se si cerca la pace la si può trovare piuttosto facilmente. Ci si può votare ciecamente a qualche genere di causa, a un’idea, e cercarvi riparo. Ma poi si scopre che il semplice rinchiudersi in una idea circoscritta ben è una liberazione dal conflitto. Non dobbiamo allora scoprire che cos’è che ciascuno di noi vuole, sia interiormente che esteriormente? In mezzo a tutta questa confusione, a questo dolore.. Non è che magari siamo alla ricerca di qualcosa di permanente? E cosa è che chiamiamo permanente? Che cosa è ciò che stiamo cercando che ci darà, o che speriamo potrà darci, la permanenza? Non stiamo forse cercando una felicità durevole? Una gratificazione durevole, una certezza durevole? Vogliamo qualcosa che durerà eternamente, che ci gratifichera. Se ci spogluamo di tutte le parole e le frasi e guardiamo realmente le cose, é questo ciò che vogliamo. Vogliamo un piacere permanente, una gratificazione permanente… Fin dall’inizio… Ma non vi è nulla fuori e dentro di noi che sia permanente. Anche la nostra anima non è permanente. E poi quando diciamo “sto cercando la felicità che dia un senso….” colui che cerca è differente dall’oggetto della sua ricerca? Il pensatore è differente dal pensiero? Sono un fenomeno congiunto, non dei processi separati. Quindi è essenziale comprendere colui che cerca, prima di tentare di scoprire ciò che sta cercando. Veniamo al dunque…. E domandare a noi stessi in modo sincero se questa pace, felicità e pienezza possano darsi a noi grazie a qualcuno. Posso certamente illudermi di essere felice, non solo gratificato, ma sino a che sarò ignorante riguardo a me stesso, finché sono inconsapevole del mio processo complessivo, non ho basi per il pensiero, per i sentimenti, per l’azione. Però ho potuto scoprire che questa è l’ultima cosa che vogliamo.. Conoscere noi stessi.

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  • Jose Garcia

    Osservazione molto acuta sollevata da R. T. M. La ricerca della gratificazione, della felicità, della realizzazione, è un eterno rebus creato dall’ego per consolidare il suo dominio. Nessuno troverà quel che cerca proprio perché lo cerca, lo desidera, perché lo intenta raggiungere o possedere. Non ci si rende conto che. tutto questo FARE ci allontana dall’essere. Se il sole cercasse la luce, come l’uomo cerca la felicità, potrebbe trovarla? Esso è proprio la luce, e non c’è luce al di fuori di lui capace di illuminarlo. Ecco cosa manca al uomo comune, la consapevolezza di ciò che siamo veramente: presenza, consapevolezza, pace, grazia, possibilità infinita. Sat chit Ananda, come dicono i Vedas. Ed è proprio l’intuizione che nel profondo ci ricorda chi siamo, che ci spinge nella nostra ricerca, anche se ne la dimensione sbagliata. Allora ogni atto diventa ego-ista, in funzione di una gratificazione, e non un atto d’amore.

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