Babbo

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babbo (Inferno XXXII, 9)

“[…] ché non è impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l’universo,

né da lingua che chiami mamma o babbo.

“”Babbo”, insieme a “mamma”, è per Dante l’appellativo per indicare i genitori nella lingua infantile e familiare. Anche nel “De vulgari eloquentia” (II, vii, 4) le parole “babbo” e “mamma” sono le prime a essere indicate come inadatte al volgare illustre, perché “puerilia propter sui simplicitatem” (puerili per la loro semplicità). Sono quindi particolarmente inadatte per descrivere il punto centrale di tutto il cosmo, come è necessario fare all’inizio del XXXII canto dell'”Inferno”.

Nel “Vocabolario degli Accademici della Crusca” del 1612 alla voce “babbo” si legge “Padre, e dicesi solo da’ piccoli fanciulli, e ancora balbuzienti”; e solo nella quinta edizione il significato si allarga allo “stile familiare e giocoso”.

Nell’italiano odierno la lotta con la variante “papà” sembrerebbe perduta; ma – chi scrive è un babbo toscano e quindi lo perdoneranno i papà delle altre regioni italiane – si può certamente sostenere che per ogni bambino toscano che dice “papà” c’è un babbo che soffre. [M.B.]

da Accademia Della Crusca

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