Cutolo: da Nuova Camora organizzata a Nuova Cucina organizzata

Ti sei illuso, don Rafè, hai illuso; hai ucciso, hai fatto uccidere, tanti ti avrebbero volentieri ucciso. Hai comandato, sei stato obbedito. O’ professore, ti chiamavano, e a te, piaceva da impazzire. Quanto morti ti sei caricato sulle spalle? Migliaia. Napoli e dintorni negli anni 80 del Novecento, non un secolo fa, erano un mattatoio. Gli obitori sempre pieni. Si fa l’abitudine a tutto, questo è il guaio. Anche a passare davanti a un morto ammazzato e lasciarsi incuriosire.

Sei stato vezzeggiato e odiato, cercato e temuto. Il castello. Lo bramasti fin da bambino quell’antico maniero mediceo che sovrasta Ottaviano, il tuo paese. Era il tuo sogno, il tuo riscatto, la tua rivincita, doveva essere a tutti i costi tuo. Ci riuscisti.

Poi lo Stato, in un sussulto di dignità, se lo riprese; adesso in quelle antiche sale si parla di legalità, di ambiente, di lotta alla camorra. Aversa, bella città normanna, alle spalle della cattedrale, si erge, maestoso, l’ospedale psichiatrico criminale. Ti rinchiusero là, te ne uscisti pochi mesi dopo a modo tuo. I cancelli furono aperti da una bomba. Uno spaventoso boato assordò la città. Era il 5 febbraio del 1978.

Noi eravamo semplicemente terrorizzati. Nuova camorra organizzata – o, meglio, Nco – il nome del nuovo cancro camorristico da te inventato. Gente sanguinaria, folle: tanti dicono delle vere belve. Eppure mi viene da ridere, perché oggi – come i lettori di ‘Avvenire’ sanno bene – quella stessa sigla è stata adottata dai ragazzi che lottano, cooperando e usando bene i frutti della terra campana, contro la camorra: Nco, adesso, sta a significare Nuova cucina organizzata.

Il tempo è un gran mattacchione. Un burlone che ti prende in giro senza fartene accorgere. Ci sei cascato anche tu, don Rafè. L’Arbitro ha fischiato, hai abbandonato il campo, manco a farlo apposta, nel giorno delle Ceneri. Ti hanno fatto credere di essere tutto di un pezzo, perché, come già Totò Riina e altri criminali mafiosi, non ti sei mai pentito. Un vero camorrista non deve dare segni di cedimenti. Sei stato ingannato e hai ingannato fino alla fine. Camorra e politica, camorra e affari, camorra e mafia, camorra e Brigate rosse. Soldi, soldi, soldi.

Una noia mortale. Oggi sui social a tuo riguardo c’è una baraonda infernale. Si legge tutto e il contrario di tutto. Gli ‘onesti’ te ne dicono di tutti i colori. Quando non corre rischi, tanta brava gente trova il coraggio di uscire allo scoperto, maledice, augura il carcere a vita al camorrista vivo e l’inferno eterno a quello morto. Che vuoi? «Il coraggio uno non se lo può dare», come fece dire Alessandro Manzoni al ‘suo’ desolante don Abbondio. È vero. Non manca, ovviamente, chi ti osanna e magari medita di farti il ritratto sulla facciata di una palazzina popolare. Diglielo tu, ti prego, don Rafè, che cambino strada, che non vale la pena campare come hai campato tu. Quanto male, professo’, quanta confidenza ti sei preso con la vita altrui; quante lacrime hai fatto scorrere.

Gennaro era mio amico d’infanzia, stesse abitudini, stessi sogni, stesse marachelle. Non era un delinquente, no. Ventenne, incappò in un gruppo che, mandato da te a colonizzare i nostri paesi, innescando la guerra con i rivali autoctoni, il tristemente noto clan dei casalesi. Rimase ammaliato. Decise. Non lo vedemmo più, finì in carcere per più di dieci anni. Entrò che era un caporale, uscì con i gradi di colonnello.

Era diventato silenzioso, prudente, diffidente. Prete da pochi mesi, lo incontrai alla festa di san Maurizio. Gli corsi incontro: «Gennaro – gli dissi – lo sai che sono diventato prete?». Mi fissò con una tristezza immensa, si guardava attorno sospettoso, comunicando con cenni della testa con la sua scorta armata. «Sì, me l’hanno detto – rispose – sono contento, auguri. Prega anche per me», tagliò corto.

Non lo vidi più. L’anno dopo fu trucidato a pochi passi dalle case dov’eravamo cresciuti. Non aveva ancora 40 anni. Don Rafè, ricevesti in dono un’intelligenza non comune. Chissà quanto bene avresti potuto fare, quanta gioia avresti potuto sperimentare e donare. Indietro non si torna. L’Arbitro ha fischiato, la partita è finita. Adesso sei al cospetto del buon Dio. Con lui non puoi più barare. Ora anche tu «vedi chiaro». Mi piace pensare che, chissà, ti starà mostrando l’altra tua vita, quella che aveva previsto per te e che tu, nel tuo delirio di arbitraria, sciocca, sanguinaria, onnipotenza, non hai mai vissuto. Chissà. Forse il purgatorio è questo.

(da Avvenire)

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