“Clic”… e ti cambia la vita! Attenzione!

Una giovane maestra, poco più che ventenne. Con un fidanzato, con cui scatta foto e gira qualche video a sfondo sessuale. Lui, non si sa il motivo, manda il tutto nella chat “whatsapp” della sua squadra di calcetto. Tra i quali c’è un tizio che riconosce in quella ragazza la maestra d’asilo di suo figlio. Lo riferisce alla moglie, che manda tutto alla chat “whatsapp” delle mamme. La dirigente della scuola viene informata della situazione, e la ragazza viene licenziata. Oltre che svergognata, umiliata, offesa.

Lei denuncia l’ex fidanzato, che viene condannato a una pena ridicola, lavori socialmente utili, che non serviranno neppure in minima parte a risarcire il danno subìto dalla ragazza.

Viviamo in una società in cui con un “clic” si può cambiare la vita delle persone. E la facilità con cui lo si può fare fa perdere il senso delle conseguenze che possono derivare da quel “clic”. Ma viviamo altresì in una società in cui la curiosità morbosa è un cancro inestirpabile.

Basta guardare il successo di pubblico dei reality in cui si rinchiude in casa un gruppo di persone filmate per ventiquattr’ore al giorno. O i video social in cui perfetti sconosciuti mostrano se stessi mentre si lavano i denti o lavorano, con decine (se non centinaia) di migliaia di “like”. O il successo di programmi in cui si parla solo di pettegolezzi, andando a indagare sulla vita privata di vip o presunti tali.

Ma, ancora, viviamo in una società in cui il giudizio è una metastasi altrettanto incurabile derivato dalla curiosità morbosa. E così, si giudica un aspetto, un comportamento, un’azione, commessa in àmbito privatissimo, intimo, senza porsi minimamente il problema che non sia rispettoso guardare e deridere qualcuno che ha scattato quelle foto in contesti e per finalità non di diffusione, ma per se stesso. Perché, semplicemente, ha voluto farle. E perché, semplicemente, si è fidato. E quel giudizio, assolutamente non richiesto, assolutamente inappropriato, assolutamente crudele, è ciò che porta alle conseguenze estreme.

In questo caso, il licenziamento della ragazza, che è solo l’apice di una valanga putrida di ignobili diffamazioni e intromissioni in ciò che mai, e sottolineo mai, deve essere giudicato. Ossia il proprio intimo. La propria sfera sessuale. Le proprie scelte.

Viviamo in questo, di mondo, un mondo in cui la curiosità morbosa e il suo metastatico giudizio spingono a dire (e pensare) che una maestra non dovrebbe fare certe cose. Spinge a licenziare una ragazza perché si è venuti in possesso illecitamente di cose riguardanti la sua sfera privata e ci si sente in diritto di decidere cosa può e cosa non può fare nella sua vita sessuale.

Perché una “maestra” non è una donna, ma deve essere un sorta di angelo votato a educare figli altrui viziati e capricciosi, mentre i genitori sono liberi di fornicare a più non posso (non necessariamente tra di loro).E invece, vorrei dare una notizia a chi guarda morbosamente, e a chi morbosamente giudica: noi donne siamo libere, libere di fare sesso con chi vogliamo, quando vogliamo, come vogliamo. E ci piace pure un sacco.

Chi sbaglia, chi deve essere condannato e deve essere adeguatamente punito è chi, per superficialità o vendetta, manda in giro immagini o video fatti in momenti di fiducia, di gioco, di intimità, e chi ne approfitta per diffamare l’altrui dignità e reputazione. Non è la vittima a doversi vergognare. Mai. E poi, di che cosa? Di aver scattato qualche foto sessualmente esplicita? Di provare piacere nel fare sesso?E chi dice che chi fa queste cose un po’ se la cerca, rifletta. Perché se al posto della ragazza ci fosse stato un uomo, non sarebbe stato licenziato.

Ma sarebbe passato tutto sotto silenzio, per non dire che, forse, sarebbe stato promosso.Pensiamo al modo in cui cresciamo i figli maschi e le figlie femmine. E sarà molto facile rendersi conto che, seppure in buona fede e inconsapevolmente, non lo facciamo in modo uguale. Ai maschi si insegna a essere sciolti, a conquistare. Alle figlie femmine a essere pudiche, a farsi desiderare. Il piacere sessuale è un “tabù” invalicabile nelle famiglie, difficilissimo da affrontare e da accettare apertamente. E pensare, che è una componente essenziale della vita di ognuno di noi, da una certa età in poi. Di cui si sparla quando riguarda gli altri. E non si parla mai, se riguarda noi.

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