Peanuts 1950 – 2020. La celebrazione dei 70 anni di un mondo di soli bambini, delicati e sensibili, e del cane più famoso del mondo, inventati da Charles Schulz.

«Se poesia vuol dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta»
(Umberto Eco, Introduzione alla prima raccolta in italiano dei “Peanuts” – aprile 1965)

Si celebrano quest’anno i settant’anni delle strisce dei “Peanuts” (vuol dire,
“noccioline”, detto teneramente, trattandosi di un mondo di soli bambini, educati, sensibili, dolci, tranne Lucy, l’aspra ma divertente sorella di Linus, la cui “copertina”, dalla quale non si staccava, come un bimbo dal suo ciuccio, è famosa in ogni angolo del mondo, tanto che perfino in Psicologia un certo atteggiamento dei bambini è stato denominato “Sindrome della
copertina di Linus”!

Le strisce di Charles Schulz (Minneapolis, 26 novembre 1922 – Santa
Rosa, 12 febbraio 2000), sono state pubblicate quotidianamente dal 2 ottobre 1950 al 13 febbraio 2000, il giorno successivo alla morte dell’autore. Dal lunedì al sabato erano semplici strisce da quattro disegni. Nel numero domenicale, usciva una tavola composta da circa dieci
disegni, una storia ben più articolata.

Le storie dei Peanuts, nome scelto dall’editore, ma mai piaciuto molto a Schulz, finirono con l’essere le vignette più famose ed influenti al mondo, pubblicate per mezzo secolo su oltre 2600 testate, tra quotidiani e periodici, tradotte in moltissime lingue ed in settantacinque nazioni, raggiungendo 355 milioni di lettori.

I personaggi della serie hanno avuto un enorme successo commerciale e sono anche stati protagonisti di una serie di cartoni animati, di due lungometraggi animati e di una commedia musicale nel 1967; la serie è stata oggetto di saggistica e di interessamento da parte degli intellettuali.

Schulz aveva preso a disegnare queste strisce già nel 1947, ma solo dopo la
pubblicazione su di un piccolo giornale locale, vennero notate dallo United Feature Syndicate, società che distribuiva serie a fumetti ai quotidiani, e che decise di lanciarle dal 2 ottobre 1950 addirittura sul “Washington Post” ed il “Chicago Tribune”.

In Italia esordiscono grazie a una serie di volumi pubblicati dall’allora editrice Milano Libri di Giovanni Gandini, a partire dal 1963, ma il successo arriva quando lo stesso editore pubblica il primo numero della rivista a fumetti mensile “Linus”, il cui primo numero mensile uscì nell’aprile 1965, con l’introduzione di Umberto Eco, che fu anche tra i principali traduttori
dall’inglese americano all’italiano dei testi delle vignette.

Eco aveva scoperto i Peanuts durante un viaggio negli USA, ne comprese la rilevanza sociologica, letteraria e comportamentale che ne derivava, ed ebbe il merito, da grandissimo intellettuale qual era, di portare queste vignette in Italia, che poi vennero pubblicate dalla Rizzoli e dalla Baldini Castoldi Dalai.

La serie inizialmente aveva solo quattro personaggi, che erano anche disegnati in maniera molto diversa, meno armoniosa e quasi stilizzata da Schulz, ed erano: Charlie Brown, Shermy, Patty (solo omonima di Piperita Patty, che arrivò più tardi), ed un bracchetto, Snoopy, che inizialmente compare come un normalissimo e piccolo cane che cammina ovviamente a quattro zampe e non ha pensieri che si inseriscono nei discorsi dei
bambini, come diventerà in un secondo momento, e doveva essere un personaggio totalmente secondario, solo perché Charlie Brown era l’alter ego di Charles “Charlie” Schulz, e proprio Schulz aveva un cane, Spike, e ricostituì quasi tutto della sua vita nelle sue strisce: aveva chiamato il cane delle vignette Spike, poi pensò che fosse troppo e lo chiamò Snoopy;
così come nella vita reale, il papà di Charlie era barbiere e la mamma casalinga; anche Schulz era timido ed introverso, molto insicuro e sensibile; la ragazzina dai capelli rossi di Schulz esistette davvero, ed era Donna Mae Johnson Wold (1929-2016), con cui aveva avuto una relazione. Schulz le chiese di sposarlo, ma lei rifiutò. Rimasero comunque sempre amici.

Il piccolo cane Spike, poi Snoopy, prese a diventare un cane che camminava come le persone, e pieno di pensieri/frasi spesso anche molto furbi, sempre nel senso più simpatico del termine, da comprimario divenne un protagonista, arrivando perfino a surclassare il vero protagonista
iniziale: Charlie Brown, l’alter ego di Schulz. Addirittura, Schulz, quando disegnò – diverso tempo prima di ammalarsi e morire – quella che sarebbe stata la sua ultima vignetta (un po’ come Andrea Camilleri molti anni prima di morire depositò presso la sua editrice l’ultimo romanzo del Commissario Montalbano, temendo di non fare in tempo a farlo, e poi ebbe tutto
il tempo di scrivere e far uscire prima molte altre avventure del suo personaggio noto nel mondo), affidò le sue parole di addio a Snoopy e non al suo alter ego Charlie Brown!

Col tempo, Shermy e Patty spariscono, mentre arrivano prepotentemente Linus e sua sorella Lucy, la scorbutica e prepotente, e – a seguire – Piperita Patty; la sua amica studiosa Marcie; il piccolissimo amico volatile di Snoopy, Woodstock; arriva anche una sorellina per Charlie Brown, l’imbranata Sally; ed altri ancora, meno presenti nella quotidianità delle vignette, come il bambino pianista Schroeder, il bambino perennemente sporco Pigpen,
l’amico di colore Franklin (arrivato nelle vignette nel 1968, sull’onda del trionfo del film “Indovina chi viene a cena?”, che sdogana i neri nel cinema, nella società, ed anche nelle vignette di Schulz.

Come dicevo nel sottotitolo, le vignette rappresentano un mondo di soli bambini, con gli adulti che vengono immaginati ma mai disegnati (gli insegnanti, il dirigente scolastico, il padre barbiere di Charlie Brown, etc.), come vorremmo che fossero anche tutti quelli di oggigiorno e come eravamo noi, delle generazioni di nati dal dopoguerra fino ai primi anni
Settanta.

Non è un caso, purtroppo, se il rilancio tentato in grande stile negli anni scorsi di Snoopy & Co., dopo molti anni di assenza in Italia, ha rinsaldato il successo incredibile, forse ancora più incredibile e potente, nel pubblico che oggi ha intorno ai 50-65 anni, ma non ha minimamente attecchito nei bambini di oggi, lontani anni luce dal candore di quelli di Schulz,
tanto che quando si è tentata la strada del film lungometraggio di animazione “Snoopy & Friends” (2015), per la gioia dei nipoti di Schulz che hanno guadagnato fior di dollari senza far niente, al cinema Reale di Roma ricordo che eravamo tutti di quella fascia di età, e la sola coppia di genitori che aveva portato con sé i loro due figli, si sono dovuti arrendere alla noia e
poi all’addormentamento dei loro figli, mentre i genitori erano presi dal film, seppure pessimo tentativo di rinverdire i successi di Schulz, e letteralmente massacrato da pubblico e critica (mi ci misi anch’io con una recensione di fuoco e fiamme, che ebbe un riscontro altamente
positivo tra i lettori, tanto che la redazione dell’agenzia di stampa per la quale l’avevo scritta, fu invasa di messaggi di solidarietà con me e soprattutto con quello che avevo scritto del film, dove della mano felice di Schulz non c’era proprio nulla).

Peraltro, proprio Schulz aveva lasciato scritto nel testamento di non far disegnare a nessun altro i Peanuts, ma i soldi ai suoi nipoti piacciono troppo, e qualche avvocato potente sarà riuscito a non far valere granché il
suo testamento, tanto che ormai anche sui social ci si sbizzarrisce ad utilizzare i disegni di Schulz inserendoci altri testi, o addirittura ridisegnando i personaggi dei Peanuts per fargli dire cose magari anche simpatiche, ma in palese contrasto con le ultime volontà dell’autore.

Anche questo è segno dei tempi trascorsi da Schulz a noi, purtroppo.
Schulz fu mandato in Europa per combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Al ritorno in patria, lavorò come insegnante. Poi, il trionfo con i Peanuts, che in pochi anni divennero uno dei fumetti più popolari al mondo di tutti i tempi.

Schulz fu anche predicatore laico di una Chiesa protestante; era un vero e proprio teologo, e fu curioso – e sarebbe del tutto incomprensibile per i bambini di adesso – il fatto che nei discorsi intimi e quasi candidamente
filosofici, sul senso della vita, tra Charlie Brown e Linus, la parola ‘teologia’ ricorra molto spesso.

Nonostante l’autore delle ‘noccioline’ fosse un cristiano molto convinto, egli si sposò due volte: la prima, nel 1951 con Joyce Halverson, dalla quale ebbe cinque figli e divorziò nel 1972; in seguito, con Jean Forsyth Clyde, che sposò nel 1973 e con la quale visse il resto della vita.

Nel novembre 1999 Schulz sopravvisse ad un ictus; poche settimane dopo gli venne diagnosticato un cancro al colon. A causa della chemioterapia e per il fatto che non riusciva a vedere con chiarezza, il 14 dicembre 1999 annunciò il suo ritiro, all’età di settantasette anni. Rischiò di vivere per diverso tempo con due patologie tremende, ma in qualche modo fu ‘fortunato’ a morire già il 12 febbraio 2000 nella sua casa di Santa Rosa, in California, a causa di un attacco cardiaco. Il giorno dopo fu pubblicata la sua ultima striscia, come detto, preparata da molto tempo, in cui lasciava a Snoopy il compito di congedarsi dai suoi lettori con queste parole:

«Cari amici,
ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant’anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro
dall’attività. Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l’affetto espressi dai lettori della mia ‘striscia’ in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… non potrò mai dimenticarli…».


Il pur serioso quotidiano londinese The Times lo ha ricordato, il 14 febbraio 2000, con un fantastico necrologio che terminava con la seguente frase:

“Charles Schulz leaves a wife, two sons, three daughters, and a little round-headed boy with an extraordinary pet dog”,

vale a dire:

“Charles Schulz lascia una moglie, due figli, tre figlie ed un piccolo bambino dalla testa rotonda con uno straordinario cane”.

Schulz è stato sepolto presso il cimitero di Pleasant Hills di Sebastopolo, California. Dal 17 agosto 2002, il museo a lui dedicato a Santa Rosa è aperto al pubblico.

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