Franco Baresi: l’eleganza e la durezza di un uomo e di un calciatore

Fu Nereo Rocco, benefattore dell’umanità calcistica, a far esordire nel settembre del 1960 a 17 anni Gianni Rivera. Fu Nereo Rocco, come Direttore Tecnico, a far esordire nell’aprile 1978 a non ancora 18 anni Franco Baresi detto “Piscinin”, piccinino.

Rivera e Baresi, due dei più grandi capitani della storia del Milan, avrebbero vinto assieme lo scudetto della stella. E solo due maglie ha indossato nella vita “Piscinin” che oggi compie 60 anni: quella rossonera e quella azzurra della Nazionale.

Con quelle maglie ha vinto tutto, ma proprio tutto. L’elenco dei trionfi del Milan (sei scudetti, tre Champions, due Intercontinentali, ecc) non vale neanche la pena rammentarlo; con la Nazionale è il caso di ricordare che in tre partecipazioni ai Mondiali ha ottenuto un primo posto, seppur da riserva (1982), un terzo posto (1990), un secondo posto (1994), con l’incredibile esclusione dall’edizione del 1986: forse l’unico errore dell’inattaccabile storia umana e professionale di Enzo Bearzot che si era messo in testa di trasformarlo in mediano d’attacco e che non lo convocò più dopo le strampalate Olimpiadi del 1984.

Franco non è nato a Disneyland: ha inseguito e conquistato tutto con la determinazione, con la tenacia, con la sofferenza, ovviamente col talento purissimo. Evolvendosi negli anni da grandissima speranza, a campione indiscusso, a leader totale. Comandava la difesa del Milan come se avesse un joystick in mano e quella difesa, già perfetta negli uomini, diventò una macchina da guerra praticamente insuperabile.

Raramente nello stesso calciatore sono convissute l’eleganza e la durezza a cui, all’occorrenza, sapeva far ricorso.

É incredibile come della sua storia infinita più che i momenti di glorie e le coppe alzate al cielo ci restino gli scatti di due momenti di lacrime: quelle della finale mondiale di Pasadena, quando rientrato miracolosamente per la finale dopo l’infortunio al menisco, annullò l’attacco atomico di Romario e poi sbagliò il rigore che avrebbe suggellato, da capitano, il suo trionfo più bello; e quella del giorno del suo addio al calcio giocato, dopo oltre venti campionati, consecutivi, quando la maglia numero 6 venne tolta dal campo e affidata, giustamente, alla storia..


Prevengo la domanda se sia stato più forte lui o Scirea di cui raccolse l’eredità in azzurro. La mia risposta è che dobbiamo essere orgogliosi di avere avuto e ammirato (assieme a Ruud Krol, che comunque interpretava una filosofia tattica diversa) due dei tre più grandi “liberi” di tutti i tempi.

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