Economia ma soprattutto filosofia della ricostruzione

   E’ il tempo di ripartire.

 Alcune stime parlano per il 2020 di una riduzione del Pil pari al 25%. E c’è da credere, purtroppo, che non sia finita qui. Di solito, recessioni così profonde e drammatiche istaurano inesorabili spirali negative. Se a questo aggiungiamo il fatto che le crisi economiche non sono mai democratiche, ma si accaniscono soprattutto sui più deboli, ci rendiamo conto di quanto la situazione sia tragica.

   Di fronte a questo dramma annunciato, in molti invocano una “economia della ricostruzione”, richiamando alla memoria il secondo dopoguerra. La mente e il cuore vanno al piano Marshall, grazie al quale si sono gettate le basi per una lenta e difficile ripresa che, infine, è sbocciata nel cosiddetto boom degli anni ‘60.

Per ripartire però, e su questo spero siamo tutti d’accordo, non bastano solo capitali, idee e investimenti. Ci vogliono soprattutto pazienza e determinazione, fiducia e coraggio. Tutte cose che, purtroppo o per fortuna, non ci può prestare nessuno. Ecco perché, a nostro modo di vedere, insieme all’economia della ricostruzione, ci piacerebbe che si cominciasse a discutere di una “filosofia della ricostruzione”.

L’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo ci invita a una riflessione sull’essere umano; sui suoi valori costitutivi, imprescindibili, senza i quali la vita non vale la pena di essere vissuta. Con una certa tristezza, ci ritornano alla mente i versi di Primo Levi: “considerate se questo è un uomo”.

   Accettiamo da cittadini ligi alle norme, la cosiddetta “distanza sociale”. Allo stesso tempo, però, ripetiamo nel nostro cuore, che si tratta di una situazione puramente transitoria. Una parentesi. Arriverà il giorno, speriamo molto vicino, in cui un abbraccio non ci farà più paura, in cui l’altro non verrà percepito come un rischio, in cui noi stessi non ci sentiremo più degli untori che, per il semplice fatto di vivere e di respirare, rischiano di uccidere i propri cari.

   E’ questa la ricostruzione di cui, io credo, abbiamo urgente bisogno e senza la quale nessun piano economico potrà mai “salvarci”. Dobbiamo ritrovare quell’uomo che è in noi, quella creatura fragile, che si fida del prossimo e che ha bisogno di lui. Quell’uomo che desidera  farsi comunità e vivere in comunione. Quell’uomo che corre incontro al prossimo e lo chiama “fratello!”

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