Reagire alla nemesi della globalizzazione con lo slancio tipico nostro italiano

La pandemia che stiamo affrontando, per  coloro i quali non se ne erano ancora accorti, ci ha fatto capire che vivere  in un mondo globalizzato, dove grandissimi flussi di capitale incontrano la tecnologia, ha portato un consumo enorme del nostro pianeta. Abbiamo costruito un modello di sviluppo in cui era buono e giusto sfruttare sino all’ultimo i luoghi dove c’era massimizzazione del profitto, usando tutte le agevolazioni possibili. E poi portare i prodotti di quello sfruttamento in ogni angolo del mondo.

Il Coronavirus è l’effetto di tutto questo, la nemesi di un modello di sviluppo che noi stessi abbiamo costruito: sulle stesse vie su cui corrono merci, persone e capitali oggi corre un virus che uccide le persone. Nello stesso mondo senza più barriere, oggi ci barrichiamo in casa. Nello stesso modello costruito per massimizzare crescita e profitto oggi si sta generando una crisi economica come non ne abbiamo mai viste prima. E tutto perché?

Per un mercato di animali vivi nel bel mezzo di una metropoli globale come Wuhan, che proprio la globalizzazione ha reso vicinissimo all’aeroporto JFK di New York, di Heatrow in UK e altrettanto vicino al pronto soccorso di Codogno.

La globalizzazione ha azzerato lo spazio. Ma pure il tempo: perché nella stessa metropoli di Wuhan convivono un mondo antico fatto di mercatini rurali ed un mondo ipermoderno, rappresentato dal combinato disposto di laboratori scientifici ed aziende hi-tech. Pertanto, se la natura viene cambiata in modo così repentino e radicale – e azzerare spazio e tempo è il cambiamento più radicale possibile – la natura, semplicemente, va in tilt. E l’uomo, che altro non è che un ospite infinitesimo dell’infinita natura, va in totale black-out, sentendosi solo, spaesato ed impotente di fronte ad un nemico cui non riesce nemmeno a dare un volto.

Ma adesso è necessario analizzare velocemente i tanti errori commessi e riaccendere la luce il prima possibile.

Occorre rivedere il concetto di Unione Europea che non deve essere sinonimo di stabilità economica ma di solidarietà economica e sociale : non sarebbe forse il caso di avere delle politiche fiscali comuni che assicurino la condivisione del rischio e facciano dell’UE il naturale competitor di USA e CINA? Non sarebbe forse il caso di chiarire a Irlanda, Olanda e Lussemburgo che non possono esistere paradisi fiscali nell’UE?

E che ne direste se in Italia si tornasse a guardare l’economia da una prospettiva Keynesiana, con uno  STATO determinato a riappropriarsi di settori strategici quali la sanità, l’istruzione ed i trasporti?

E poi Italia RINNOVATI : aumenta la spesa pubblica per manutenzionare infrastrutture, città d’arte ed i nostri suggestivi litorali, assumi docenti madre lingua (mother tongue) già nelle scuole dell’infanzia, usa la tecnologia per incentivare lo studio assistito (come da anni già fanno quasi tutte le scuole private fuori l’orario di lezione) o lo smart working. 

E soprattutto Italia, CREDI PIÙ IN TE STESSA : sponsorizza il “made in italy” con più incentivi per venditori e compratori e meno burocrazia.

E POI, alla luce del fatto che occorreranno circa 1 miliardo di mascherine al mese per la fase 2, era proprio opportuno andare ad elemosinare “pagando” mascherine a Cina e Russia o sarebbe stato meglio riqualificare e sovvenzionare le nostre PMI manifatturiere?     

Giuseppe

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