Il risveglio delle coscienze….

Qualche tempo dopo i fatti di Bibbiano, attraverso la piattaforma social, conobbi Enrico, una figura al quanto surreale per gli scenari che si erano prospettati.

Un ex assistente sociale ed educatore che scese in campo, non per difendere l’operato dei suoi colleghi e dirigenti, bensì per contrastarlo e rendere al mondo una realtà ancora più contorta ed infernale di quanto si possa lontanamente immaginare.

Narra infatti della prima notte di un bimbo portato via alla famiglia, racconta in modo suggestivo ed irreprensibile di un pianto che ad un certo punto si rompe; di una creatura che improvvisamente è stata strappata dalle braccia dei suoi genitori o presa durante una normalissima giornata di scuola e catapultata in un turbinio di dolore e strazio tale da far inorridire anche le coscienze più marmoree.

E’ inquietante il quadro che si prospetta, uno scenario che non lascia spazio all’immaginazione, composto da un’ideologia preposta alla totale distruzione del nucleo familiare, in quanto reo di essere a prescindere “AMBIENTE DI PREGIUDIZIO E MOLTO SPESSO ABUSANTE” nella fattispecie molte di queste famiglie non avevano che problematiche di tipo economico, misto alla totale ignoranza delle leggi, forse con una connotazione imprevedibile data dall’assetto giuridico, complice in qualche modo di questo sistema demoniaco, che non lascia spazio alla verità e all’accertamento dei fatti ma si misura su relazioni piuttosto pilotate, alle volte “Copia/Incolla” di tante altre, basate su allusioni farneticanti ed improbabili. La totale mancanza di contraddittorio, molto spesso lamentata anche dai legali di parte, fa in modo che le conseguenze di tale pratica siano irreparabili.

Quali sono stati li aspetti fondamentali che ti hanno spinto a prendere le distanze da questo sistema?

Siccome in 33 anni di carriera ho avuto la possibilità di vedere più facce del sistema a partire dalla necessità ed urgenza della tutela del minore, ho cercato quindi di costruire uno spazio riservato al suo assetto psicologico per affrontare le gravi situazioni in cui si è trovato, dalla sopravvivenza fisica e reale al fattore psicologico. Ho dovuto alimentare in loro la speranza ed aiutarli nella costruzione di un circuito di difesa e risoluzione delle problematiche vissute

Nel tempo questa mia propensione si è trasformata in una progettazione in ambito territoriale, di meccanismi educativi volti a prevenire il disagio

Il passaggio dalle comunità ai servizi sociali ha determinato il cambiamento perché per la prima volta riuscivo ad avere il contatto con le famiglie di origine e vedevo che, in fase di elaborazione delle storie di vita, da parte del servizio sociale, l’attenzione e l’interesse erano legate solo al minore dimenticandosi della famiglia di origine.

Dando per scontato (fatto assai grave) che la famiglia stessa era identificabile unicamente in base alla difficoltà lasciata perciò a sè stessa “tu sei il tuo problema” e quindi di difficile risoluzione, mettendo in atto l’allontanamento del minore e preservando la loro azione incentrandola sui figli, costruendo a tavolino la necessità di portarli via.

Per ottenere questo, il mio compito era di indagine all’interno del nucleo familiare, evidenziandone di fatto le fragilità, cosa che regolarmente disattendevo relazionandone i lati positivi, quindi di auto risoluzione, mettendo in campo le abilità resilienti del singolo individuo (padre, madre, parenti ed affini)

Questo lavoro di investimento mio personale non corrispondeva ovviamente ai canoni preposti dal sistema e creavano un dislivello tra quella che era una semplice risoluzione all’interno della famiglia, non agevolando la loro prassi, che voleva l’accanimento sui difetti avvalorando perciò l’azione di disgregamento familiare, che non faceva altro che amplificarsi con l’ipotesi o la messa in atto dell’allontanamento

Aggravando le fragilità evidenziate all’origine, questi due modelli di azione di tutela, nascondono un inganno rispetto al dispiegamento economico e di risorse, senza in realtà un obiettivo volto alla soluzione e, per tanto, un incancrenimento che rendesse perpetua la problematica; di conseguenza  la loro presenza (vita natural durante le figure preposte restano in attività sulla famiglia e peggio ancora si ripercuote tutto sui minori alimentandone il circuito vizioso)

I due modelli a confronto danno due esiti opposti. Il primo vede la reale risoluzione del problema, con dispendio economico minimo; mentre la seconda è un preludio allo svilimento e frammentazione del nucleo che, con tale prassi, diventa prodotto ideale su cui mercificare alimentando il disagio e facendone lievitare i costi. Gli introiti derivati da ciò sono di volume abnorme, risorse che investite diversamente, cioè a vantaggio della famiglia, potrebbero diametralmente semplificare il lavoro sostenendo con quote minime quelle che sono le difficoltà prettamente materiali

Questa mia convinzione, circa la necessità di valorizzazione delle capacità individuali, è in contrasto con la dottrina CISMAI, che invece auspica l’annientamento del nucle familiare di origine, partendo dal presupposto che il termine “famiglia”, per loro, equivale ad “Abuso”.

Letale e perentoria fu la risposta ad un mio progetto di sostegno  “Noi non facciamo assistenza! IO VOGLIO FARE CASSA!” dirigente dell’A.S.P.

Negli anni vissuti all’interno della comunità hai mai avuto segnali che la storia familiare non corrispondesse alla realtà?

Si, pur non avendo spazio d’azione, laddove vedevo urgente la necessità del minore di avere un contatto o addirittura di tornare a casa, mi investivo personalmente di agire in autonomia andando a conoscere di persona il nucleo familiare e questo mi permetteva (malgrado l’impossibilità di agire nel progetto dei SS) di fare da ponte di unione in una relazione interrotta e suggerire cosi ai coinvolti le azioni da compiere per riunirsi

Enrico qual è il tuo messaggio ad oggi?

Il mio messaggio si esprime in due parole: umanità e vicinanza.

Umanità perché una persona è un individuo ed ha un valore assoluto che sia disfunzionale o socialmente adeguato; mentre, la vicinanza, ti permette di conoscere la persona e di poterne condividere il cuore ed affrontare la vita insieme.

Concludo questo articolo, citando il Professor Giovanni Battista Camerini, neuro psichiatra infantile, psichiatra e docente di psichiatria forense, firmatario della “Carta di Noto”

In questi difficili  momenti bisognerebbe attivarsi per prestare aiuto e sostegno ai soggetti fragili, per esempio ai bambini che si trovano in condizione di isolamento e che non dispongono di strumenti per accedere all’ambiente scolastico e sociale, al gruppo dei pari, ai giochi. Molte associazioni si stanno muovendo in questa direzione, cercando di fornire aiuti concreti. 

È invece notizia di questi giorni che una associazione privata, il Cismai, ha chiesto al governo di istituire  una task force rivolta a “scoprire” le situazioni di abuso e maltrattamento per riuscire (avvalendosi di strumenti come il mai abbastanza vituperato articolo 403 del codice civile) a sottrarvi i bambini vittime. Rispunta la cattiva scienza degli “indicatori di abuso”, la idea (smentita dalla scienza) che esistano “segni” psicologici e comportamentali capaci di rivelare le condotte maltrattanti che li hanno cagionati.

Davvero sconfortante. Tanto si è detto e scritto sulla assistenza psicologica e sociale che si deve rivolgere alla cura e non alle indagini. Le indagini e la tutela dei diritti riguardano la giustizia, che esercita le sue funzioni nel rispetto delle regole e delle garanzie costituzionali. La assistenza psicologica, la cura e la protezione dei soggetti deboli si svolgono sotto l’egida del principio di beneficita’ e non possono prescindere dal consenso delle persone interessate. 

Le agenzie sociali pubbliche e private rappresentano una preziosa risorsa. Non dissipiamola diffondendo la percezione, già purtroppo così diffusa, che esse rappresentino invece una minaccia. Gli interventi psicosociali preventivi a favore dell’infanzia devono essere disposti con e per le famiglie, non contro.

Sara De Ceglia

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