Il laico senso di giustizia nelle opere e nella vita di Leonardo Sciascia

            Leonardo Sciascia ha fatto parte delle personali e vivaci letture adolescenziali dedicate – a dispetto di studi scolastici straordinariamente noiosi per chi possedeva rare ed esuberanti curiosità culturali – a tante grandi firme del ‘900 narrativo italiano (da Sciascia a Moravia, da Silone a Morante, e tanti altri ancora) e del romanziere siciliano mi occupai per la prima volta nel 2008, grazie ad una particolare intuizione che portò alla stesura di un saggio che affiancava l’opera narrativa del siciliano Sciascia e quella cinematografica del regista calabrese Gianni Amelio, saggio non a caso intitolato L’incontro tra l’arte narrativa di Leonardo Sciascia e il cinema di Gianni Amelio, pubblicato sul numero di apertura del 2008 di un noto periodico culturale nazionale, e che mi valse il “Premio Nazionale Silarus 2008”, che andai a ritirare durante la solenne cerimonia tenutasi il 23 maggio 2008 presso la sede della Provincia di Salerno, alla presenza delle autorità locali e del Tg3-Campania.

            Sciascia ha fondato la sua carriera lunga mezzo secolo sul combattere il Male, sia in senso generale e filosofico, sia contro la mafia che rappresentava il Male nella sua amata Sicilia. Il suo senso di giustizia, sempre presente nelle sue opere, e questo combattere il Male, ci fa riconoscere nel narratore siciliano una moralità laica perfettamente equiparabile al credere, nonostante egli fosse ateo. A volte, meglio un ateo, magari per sola “ignoranza” cristiana, che con coraggio combatte tutto il dolore della sua terra e non solo, che un credente “scaldabanchi” da chiesa.

            Non lo dimenticheremo facilmente il narratore siciliano, di A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo, Porte aperte, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice. Leonardo Sciascia, con i suoi romanzi, spesso piuttosto brevi tanto quanto ricchi nella contenutistica (“Ho impiegato un anno per farlo più corto”, disse del suo Il giorno della civetta), ha dato moltissimo al romanzo italiano della seconda metà del ‘900. Romanzi, sebbene Sciascia amasse con eleganza e con un personale vezzo tutto siciliano definirli ‘parodie’. Con il successo che l’ha circondato pressoché sin da inizio carriera, Sciascia seppe mantenersi sempre puro, come un esordiente, come amava dire Pasolini.

            Cos’ha raccontato Sciascia nei suoi romanzi? In qualche modo, una sorta di unica storia, intesa come un’ipostasi della condizione umana: il conflitto tragico tra l’individuo e le forze ‘nere’ del potere, le forze che attentano alla distruzione dell’uomo, nell’evoluzione del mondo durante il mezzo secolo di attività dello scrittore di Racalmuto. Forze anonime, asettiche, forzosamente indefinibili, spesso crudeli, spietate, atrabili. Sciascia invia quasi sempre un suo personaggio nel cuore oscuro delle cose, lascia che penetri all’interno di esso con coraggio e la decifrazione del male avviene per sobillazione razionale, ma anche per una calda ed intensa ‘pietas’.

            La Sicilia: una costellazione di istituti giuridici, di privilegi, di immunità, di peculiarità, di specificità, che – altrove scomparsi da decenni – sopravvivono ben radicati nel comportamento e nelle idee dei siciliani. La mafia e la ‘sicilitudine’ esistono per la mitologica forza di un tale precipitato antropologico e perché complesse forze finanziarie e politiche hanno saputo sfruttarlo e radicarvisi. Di questa realtà Leonardo Sciascia, dopo Verga, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, è stato l’interprete più acuto, sensibile e spassionato; ne è stato anche interlocutore stranamente ed inconfessatamente partecipe. Vediamo in quale modo.

            Sorriso, dolore, ironia, pietà, sono stati i veicoli attraverso cui Sciascia ha inviato il proprio ‘personaggio tipo’, per fare un esempio rappresentativo su tutti, il capitano dei carabinieri de Il giorno della civetta, verso la nebulosa siciliana, quella nebulosa ormai irrimediabilmente patologica, di una patologia radicata, per capire la quale, la ragione ha bisogno di un ‘di più’. Per Sciascia questo ‘di più’ è l’immaginazione letteraria, la coscienza acuta di essa, una coscienza tutta novecentesca, che a maestri quali Verga, Pirandello, Brancati e Tomasi di Lampedusa, è toccata come intuizione e non come palese strumento conoscitivo. Sciascia narratore è un realista che non aderisce per istinto al proprio destino, ma vi si riconduce per riflesso, dilatando il complicato istituto del romanzo verso quanto Pirandello – come in un sogno – nella prefazione ai Sei personaggi in cerca d’autore, aveva divinato essere la congiunzione fra lo scrittore e le proprie creature.

            Per Sciascia, a partire dagli anni ’70, con Il contesto e Todo modo (di quest’ultimo, da critico professionista e da cinefilo, non posso dimenticare di citare il film omonimo diretto da Elio Petri nel 1976, con Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni e Mariangela Melato, che ebbe notevoli riscontri non solo in Italia, ma anche in Francia, Grecia, Ungheria, Brasile, etc., in vari festival e nelle sale cinematografiche), cresce e si estende la consapevolezza che porta i suoi temi a mutarsi sempre più in un’ipotesi filosofica.

Nel confronto con il ‘vero’, questa  ipotesi filosofica deve plasmarsi di sensibilità, di fantasia, diventare da assioma un punto di fuga, un’individuazione concreta, diventare – cioè – letteratura nel senso più alto della parola. Di qui il dato compromissorio con la propria materia: la pietà che incenerisce ogni moralismo; quella pietà che la rappresentazione letteraria non può negare mai a nulla, poiché essa guarda all’uomo, a qualsiasi uomo, nella interezza che possiede, dando per scontato che egli sia un’entità complessa, meritevole – comunque – del perdono della parola.

Questa pietà è anche attraversata da un guizzo di sarcasmo. Le narrazioni di Sciascia, siglate dentro il respiro del memoriale, al limite del referto notarile, in una lingua altamente selettiva, hanno un accento balenante: storia e fantasia si confondono, andando a sommarsi nella chiarezza, nella plastica leggerezza del dettato, da cui emerge in filigrana una nera risata.

Il sarcasmo di Leonardo Sciascia è un riso senza riso, nel senso che – ovviamente – non fa ridere, non è certo a ciò che il narratore mira, ma è un riso dell’anima che conferisce vita ad un’intensa passione civile, una passione che non molla mai, dove si coglie l’alito della tolleranza, la devozione alla giustizia; e questa devozione, sempre presente nelle sue opere, fa onore al cittadino ed allo scrittore della martoriata terra di Sicilia.

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