Dante mi fa innamorare di Dio

Forzatamente costretta a casa, preparo per i miei ragazzi schede e riassunti di vario genere per poter continuare insieme il cammino scolastico. Per quelli dell’ultimo anno sto facendo dei riassunti con analisi del Paradiso dantesco. Al canto VI incappo per l’ennesima volta in questi versi (88-93), di cui do una sommaria parafrasi:

ché la viva giustizia che mi spira, li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, gloria di far vendetta a la sua ira. Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico.

(poiché) la Giustizia che si infonde anche in me concesse , nelle mani di [Tiberio], di fare vendetta per la sua ira.

Ora stupisciti per ciò che aggiungo:

in seguito, sotto Tito, [l’Impero] si affrettò a vendicare

la vendetta attuata per il Peccato originale

Giunta qui, per l’ennesima volta, mi innamoro, di Dio, ma anche un po’ di Dante.

Per farmi capire devo per forza fare un’esegesi del testo.

Il termine “vendetta” non significa, in questo passaggio, sempre la stessa cosa: ai versi 90 e 93 può essere inteso come “riparazione” e si riferisce alla morte in croce di Cristo per riparare al danno fatto dal Peccato Originale. Nel secondo caso, invece, si tratta di una vera vendetta: la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la dispersione del popolo ebraico per punire il fatto che il Figlio di Dio era stato messo in croce. In pratica Dante spiega che Dio punisce gli Ebrei per aver messo in croce la parte divina del proprio figlio (e prima ancora per non averlo riconosciuto), mentre il fatto che in croce morisse la parte umana era necessario. Perché?

Quando Dio ha creato Adamo ed Eva li ha voluti superiori alle altre creature e li ha resi immortali, liberi e conformi alla natura divina. Il peccato – che per il solo fatto di legare l’uomo alla Terra e non al Cielo lo rende schiavo – è l’unico atto che può far perdere all’uomo questa dignità donatagli da Dio. Quando si pecca è sempre possibile riparare in qualche modo al fine di ottenere il perdono di Dio.

Il peccato di Adamo ed Eva, però, era troppo grande: avevano cercato di mettersi alla pari con Dio e per questo avevano condannato se stessi e la loro discendenza. A Dio, dunque, non restavano che due possibilità per salvare l’umanità: perdonare gli uomini e ridare loro la primitiva dignità solo in virtù della propria bontà oppure attendere che fossero in grado di riottenerla da soli. Ora, per gli uomini ciò sarebbe stato impossibile, ma è anche vero che ogni gesto assume maggior valore e rende più felice chi lo compie quando si tratta di un gesto fatto in base alle proprie possibilità; allora Dio non trovò altra soluzione che far incarnare il proprio figlio affinché, grazie alla sua natura umana, riscattasse in sé tutti gli uomini. Ecco quindi perché la morte in croce fu la giusta “vendetta” del primo peccato.

Ecco, io amo Dante perché in 6 versi espone il motivo per cui noi Cristiani dobbiamo gioire. Il nostro Dio ci ha amati tanto da fare quello che fa ogni buon padre: ci ha permesso di riparare ai nostri errori. E lo ha fatto nel modo più amorevole possibile: diventando noi, morendo per noi.

Tutte le volte che rileggo questi versi, riscopro il perché del mio essere Cristiana e mi sento piccola davanti ad un Dio capace di questo. Quando attraverso momenti difficili, come quello che stiamo affrontando ora, ci ripenso e capisco che Chi è arrivato a tanto sarà sempre qui a tenerci la mano.

La mia piccola storia felice per Il Centuplo è tutta qui, nel fatto che, ogni anno, quando spiego questi versi in classe, spero che la grande sete di Infinito e Verità dei ragazzi di oggi possa essere placata dalle parole di questo poeta peccatore e “mangiapreti”, ma capace di immagini tanto potenti.

Maria Sole Bionaz

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