Il mio rapporto “personale” con Lucio Battisti

Si portava un solo giorno di differenza sulla data di nascita da un altro grande Lucio della canzone italiana, ed è stato uno dei più importanti cantautori della musica italiana di tutti i tempi!

Lucio Battisti è un altro grande artista che ho conosciuto da ragazzo grazie a mia madre. O meglio, grazie a ciò che mi raccontava mia madre di Zia Giovanna, la sua sorella più piccola. Mi diceva che Lucio Battisti era una delle sue passioni più grandi, e che ogni volta che appariva in tv diceva a tutti di fare silenzio per potersi godere per bene il momento. Mi diceva che ogni volta che c’era una foto del grande cantautore su una rivista, immediatamente lei la ritagliava e la conservava in una cartellina apposita.

A me questi ricordi affascinavano, perché in un certo senso mi ci rivedevo. Perché pure io ho da sempre nutrito una passione viscerale verso la musica, e soprattutto verso i miei miti della musica. Ricordo che una volta (sarà stato intorno al 1994) chiesi a zia Giovanna di registrarmi una cassetta con le canzoni di Lucio Battisti che lei riteneva più belle. Per ovvie ragioni inserì quelle che erano le sue canzoni più celebri, che nel tempo sono state cantate da milioni e milioni di anime unite dalle melodie e dalla tetra e misteriosa poetica di Mogol. Sono canzoni che non possono non colpirti, ma soprattutto non possono non parlare a te di te, dei tuoi sentimenti, dei tuoi stati d’animo…

Quando nell’estate del 1995 ho cominciato a suonare la chitarra (ho imparato quasi da autodidatta), La canzone del sole è stata uno dei miei banchi di prova per poter testare il tempo e il senso del ritmo e le prime abilità. In realtà è un pezzo molto semplice, costruita attorno ad un giro armonico, e quindi un po’ tutti credo ci sono passati, ma nello stesso tempo mi faceva sentire più grande il sol pensiero di poter interpretare a modo mio un pezzo di Lucio Battisti…

Col tempo poi l’ho abbandonato, per poi riscoprirlo durante gli anni dell’università, soprattutto attraverso le sue opere più ardite, quelle in cui prova ad andare oltre il testo, immergendosi nella musica, e divagando tra le più disparate culture, da quella latina a quella anglosassone.

Come ho apprezzato la scelta di divincolarsi poi dalla stretta di Mogol, per abbracciare l’ermetismo esistenzialista di Pasquale Panella durante gli anni ’80, fino alla sua morte. In questo girovagare per le più disparate influenze e i più criptici significati, si nascondeva la sensibilità di un uomo che, nonostante l’enorme successo, ha sempre cercato di fuggire dalla celebrità e dalle sue regole, e di vivere intensamente la sua poesia.

È sparito dalla circolazione senza permettere a nessuno di intaccare la sua vita privata, ma soprattutto per dare risalto alle sue canzoni. Perché gli artisti passano, ma le opere d’arte restano!

A volte penso che lui sia il tipo di artista che noi italiani non siamo stati capaci di meritare (la dozzinale retorica televisiva, o gli agghiaccianti tributi reiterati, nonché le polemiche sulle sue presunte simpatie destrose sono alcuni elementi a sostegno della mia tesi), ma oggi, in quel che sarebbe stato il suo settantasettesimo compleanno, non posso non tornare anche alle mie di origini, e provare gratitudine per ogni momento in cui la musica ha cadenzato i momenti della mia vita!

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