Coronavirus: pensiamo di avere la verità e non abbiamo nemmeno un vaccino

Sono rattristato. Non dalla disinformazione sul virus, non dalla sua propagazione. Non da chi svuota i supermercati né da chi chiude i bar.
Sono rattristato e un po’ intimorito dal disfacimento del pensare democratico che vedo nella situazione attuale.

La prima reazione quando vengo a sapere dei supermercati assaltati è di sfottò. Subentra poi la tristezza. Leggo altri prendere in giro queste persone e rido con loro. Subentra poi la rabbia. Rabbia verso me stesso, rabbia verso di noi. Noi “istruiti, informati e scettici”. Noi che con arroganza ci permettiamo di dare degli idioti a queste persone.

Questa arroganza non è compatibile con la democrazia. L’arroganza di vedere solo negli altri degli idioti, mentre ci rende tali a nostra volta. Chiusi nelle nostre posizioni non ascoltiamo queste persone che davanti a una questione complicata, esprimono il nostro stesso disagio, in maniera differente. Chiusi al dialogo boicottiamo la stessa scienza a cui ci appelliamo riducendola a una lotta tra le parti. “Tu con quale virologo stai?”
Tanto muoiono solo gli ottantenni e con altre patologie.

La domanda che mi pongo è perché? Perché la paura, perché i supermercati e le mascherine, perché giocare all’emergenza. Forse dovremmo essere più seri. Avere più rispetto per le vittime, della disinformazione e della malattia. Invece ci accaniamo su di esse, sugli ignoranti e sui disinformati, su chi legge solo i titoli e le catene di messaggi.

Pensiamo di avere la verità e non abbiamo nemmeno un vaccino. Insultiamo le istituzioni e non siamo nemmeno capaci di essere cittadini. Insultiamo la stampa e non siamo nemmeno capaci di leggere. Ci lamentiamo delle chiusure generalizzate e ci stiamo mettendo in quarantena da soli, in quarantena da tutti, dalla società.

In quarantena, nelle nostre case, con la dispensa piena e le mani igienizzate. La nostra arroganza e quella del dottore che la pensa come noi a difenderci. Idioti.

Nel nostro egoismo autoincensato perdiamo il dialogo. Con esso perdiamo la verità del dialogo, perdiamo la società e ci perdiamo.
Sono preoccupato di questo, non tanto per il virus. E’ solo un sintomo di qualcosa che reputo una malattia più grave, l’ultimo di molti.

Voglio chiedere a me stesso di essere più serio, di essere responsabile di chi mi sta intorno e di essere cittadino. Vorrei chiedere lo stesso a voi, alla stampa e alle istituzioni. Cercherò di chiederlo in modo fermo e gentile.

Jacopo Gibertini

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