Siria: il mio centuplo ai siriani

 

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Un paese devastato dalla guerra, da un conflitto intestino che dura ormai da 5 anni, noto alle cronache per il sangue versato e per le disumane sofferenze patite da chi vi abita ma anche da chi ha avuto l’opportunità di fuggirne via.

Vorrei testimoniare come in un’istantanea quel che vi trovai nell’ormai lontano 2009, quando per studio e per passione ho vissuto ad Aleppo per alcuni mesi. Ho conosciuto studenti che si impegnavano per raggiungere una meta e per realizzare i propri sogni, bambini che giocavano in strada nei vicoli polverosi inseguiti da grida di madri arrabbiate e rassegnate, come se quelle urla avessero secoli di storia alle spalle. Ho incontrato il sorriso di donne che cucinavano zucchine ripiene e mille e una delizia, sono stato ospitato ed accolto come fossi un re o magari al peggio un politico di spicco o un noto calciatore. Ho bevuto tanto tè perché ogni volta che entri nella casa di un arabo l’ospitalità è sacra e seppur ce ne fosse una sola goccia, quella è per te.

Ho riso e scherzato guardando la gente camminare nel cortile dell’università, mentre ‘Abdo mi sussurrava: “quello si veste di bianco e porta quei pantaloni, è sicuramente curdo… Quello invece viene dalle campagne, non è di Aleppo”. Ho fatto un picnic vicino ad Homs, ascoltando e cantando in macchina musica araba, raccontavo ad Ahmed di De Andrè, sulle note di Fairuz.

Fatima voleva fare la dentista, sempre in casa a studiare, era innamorata di un pittore turco, lo voleva raggiungere in Turchia, ma sembrava un miraggio, era ancora troppo giovane. Aveva molti corteggiatori, anche benestanti che piacevano ai genitori, ma era determinata. Ho conosciuto tanti tassisti e nei loro occhi vedevo i figli che mantenevano con il sudore d’ogni giornata; si aiutavano ascoltando il Corano ed apparivano allegri, pronti a parlare di Siria, di Dio ma non di politica.

Abdo sognava la Germania, parlava inglese, tedesco ed anche un po’ di italiano, non riusciva ad ottenere un visto di studio, troppa burocrazia e pochi soldi da mettere nelle bustarelle. La città era bellissima, di colore bianco argentato, sembrava una scultura creata da un blocco di sabbia chiara di deserto. C’erano infiniti mercati di sapone, metri e metri di sapone. E poi spezie ed ogni altro genere di cose.

Quando sono partito i miei amici non volevano lasciarmi andare, gridavano grazie, arrivederci! Mi hanno dato il centuplo di quanto mi aspettassi, tutti i siriani.

Ho saputo che hanno sparato a Fatima alla frontiera con la Turchia, cercava la salvezza o l’amore, forse entrambi. Abdo è in un campo profughi in Germania, da ospite del centro ora ci lavora ed aiuta i suoi connazionali. Mentre fuggiva dalla Siria mi ha chiesto quale strada e quali frontiere gli consigliavo di percorrere, ed io, per fortuna, non ho sbagliato.

Tantissimi bambini sono morti, non giocano più e le loro madri sono mute. La guerra distrugge tutto ed è figlia dell’odio e dell’ignoranza. La Siria che porto nel cuore ancora esiste e spero un giorno di poterla rivedere.

 

 

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