Nomadelfia e la “paura della bontà” (di Dino Buzzati, 17 marzo 1950)

Chi semplicemente vive come a Nomadelfia, cioè secondo una legge di fraternità e disinteresse, può apparire strano, eccessivo, quasi indisponente.

Di qui – perché negarlo? – certo diffuso scetticismo, o addirittura diffidenza, o perfino sospetto che laggiù a Nomadelfia, con la scusa della filantropia, si pratichi una sorta di non dichiarato comunismo.

E molti, che in un primo momento si erano entusiasmati e, se avessero obbedito al cuore, avrebbero aiutato quella opera grandiosa, sono poi rimasti in forse, hanno trattenuto la mano che stava già per tender si. Perché queste riserve? Negli ultimi tempi Nomadelfia ha sentito intorno a sé qualche freddezza…

O può trattarsi anche di paura. Per non udire le sirene, Ulisse si turò le orecchie con la cera. Similmente alcuni, a sentire parlare di sante opere come Nomadelfia, volgono altrove il capo, spaventati. Una specie di istinto di conservazione li trattiene. Guai se ascoltassero, forse quella voce li trascinerebbe. E, se obbedissero, per loro, uomini di mondo, finora tesi soltanto ai soldi, alla vanità, al potere, sarebbe in certo senso la rovina.

Dino Buzzati

(CORRIERE DELLA SERA, Milano, 17 marzo 1950)

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