Il testamento di una vita: “The Mule” di Clint Eastwood

Earl Stone, floricoltore appassionato dell’Illinois, è specializzato nella cultura di un fiore effimero che vive solo un giorno. A quel fiore ha sacrificato la vita e la famiglia, che di lui adesso non vuole più saperne. Nel Midwest, piegato dalla deindustrializzazione, il commercio crolla e Earl è costretto a vendere la casa. Il solo bene che gli resta è il pick-up con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione. La sua attitudine alla guida attira l’attenzione di uno sconosciuto, che gli propone un lavoro redditizio. Un cartello poco convenzionale di narcotrafficanti messicani, comandati da un boss edonista e gourmand, vorrebbe trasportare dal Texas a Chicago grossi carichi di droga. Earl accetta senza fare domande, caricando in un garage e consegnando in un motel. La veneranda età lo rende insospettabile e irrilevabile per la DEA.

Se nei film precedenti, Clint Eastwood ci aveva mostrato l’aspetto salvifico della sua vita cinematografica, in questo film (in cui torna a recitare ad esattamente dieci anni da Gran Torino) si misura con la logica del male. La cosa però da tenere presente non è tanto il “mestiere” che uno sprovveduto è costretto ad accettare pur di tirare avanti la propria vita, ormai ridotta a pezzi dalla crisi economica del settore, quanto tutti i piccoli compromessi che un uomo deve accettare nell’intero arco della sua vita pur di tenere fede al suo personaggio. In questo Earl è completamente colpevole: la sua passione per il lavoro gli ha permesso di frantumare il suo matrimonio, disinteressandosi di sua moglie, e mancando ad ogni occasione importante della vita di sua figlia. L’idolatria del lavoro lo ha reso il migliore nel suo campo, ma un assoluto disastro in ciò che veramente conta, anche se sul profilo legale lui era decisamente impeccabile (oltre cinquant’anni senza mai prendere una multa!).

Paradossalmente questo diventare corriere per il narcotraffico gli permette di recuperare ciò che nel tempo aveva perduto. E’ con i soldi guadagnati nel traffico che può permettersi di pagare il matrimonio della nipote, di sistemare un vecchio locale in cui incontrava i suoi amici, anch’essi veterani di guerra come lui. E soprattutto può permettersi di recuperare tutti quei momenti importanti che col tempo aveva sacrificato in nome di non si sa bene che cosa. Per di più si permette di irridere ogni volta le stringenti regole del narcotraffico, prendendosi gioco dello stesso male. Un po’ come accade con l’episodio evangelico dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-9), è la “disonestà” il mezzo con cui trova la sua salvezza.

Ma quando viene preso, lui non si nasconde dietro ai cavilli legali, e accetta di buon grado ogni condanna. Il film termina con lui che finisce in prigione, e si mette a coltivare i fiori. In un certo senso è l’inclusione cinematografica che racchiude il senso di una vita: l’essere imprigionati. Earl lo era anche prima!

Non si possono non notare alcuni profondi legami con Gran Torino: in entrambi Clint Eastwood interpreta un veterano di guerra in Corea. In entrambi ha a che fare con le minoranze etniche e le relative problematiche (nel primo con i Hmong, in quest’ultimo con i messicani). In entrambi ci sono profonde lacerazioni nel suo tessuto familiare. Se nel primo la salvezza viene dall’offerta generosa di sé stessi, in questo si fa i conti col male, che spesso si nasconde tra le pieghe dell’innocenza.

E’ forse questo il testamento che Clint Eastwood vuole lasciare: l’avere cura di tutte le cose veramente importanti della vita di un uomo. Il non lasciarsi imprigionare dalla logica del successo e dell’egoismo, perché “dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Lc 6,19-23)

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