Fuocoammare di Gianfranco Rosi: Lampedusa, la porta di due mondi

Dopo aver girato in lungo e in largo il Grande Raccordo Anulare di Roma nel celebre e apprezzato film documentario Sacro GRA, Gianfranco Rosi utilizza la stessa tecnica “impressionistica” e documentaristica per Fuocoammare, in cui entra nel difficile mondo di Lampedusa, luogo di incrocio di due mondi.

Lampedusa è la porta dell’Europa per i disperati che fuggono dalle sanguinose guerre dell’Africa Centrale, ma anche dai disordini del Nordafrica. Lampedusa è la periferia estrema di un’Europa che, in materia di accoglienza ed integrazione, preferisce da sempre la dialettica all’azione. Lampedusa è interamente circondata dal mare, e dal mare trae la sua sussistenza.

Gianfranco Rosi quindi si aggira tra le sue strade, entra negli studi medici, nelle aule scolastiche e nei centri di accoglienza. Ma il suo viaggio non è solo geografico, ma esistenziale. Fuocoammare infatti non si sofferma sulla denuncia, ma entra nella psiche della gente che da sempre vive a Lampedusa. Il film evita volontariamente la polemica politica, e lascia parlare le immagini, decantante dagli sguardi persi della gente che parte dall’Africa centrale, e deve superare il deserto, cercare di dissuadere i soldati libici a farli passare, ed evitare l’incontro con i macellai assassini dell’Isis. Tutte queste cose sono cantate, come un blues d’annata, malinconico e disperato. Ma questo è un canto che non giunge alle orecchie di alcuno…

Gianfranco Rosi vuole che per un attimo guardiamo negli occhi queste persone, e vuole farci rendere conto che “non ci si abitua mai a vedere i morti”, soprattutto se questi sono bambini e donne incinte (queste le impressioni del medico che soccorre i rifugiati). I nostri occhi spesso sono pigri (esattamente come quelli del bambino figlio del pescatore), e pertanto bisogna chiudere l’occhio dell’opulenza, dell’appagante sicurezza, e cercare di guardare in faccia il dolore. Abituare il cervello e la mente a farlo. E magari abituare gli occhi a piangere, come disse Papa Francesco nella celebre visita del 2013. Non sappiamo più piangere. E sarebbe ora di cominciare a farlo!

 

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