Dopo la Brexit l’Unione torni a fare ciò che sa fare meglio

La Brexit è un evento storico di portata epocale per una pluralità di ragioni, molte delle quali sono state sin troppo approfondite. Le ripercussioni economiche, che in parte cominciano a dispiegare i loro effetti, sono le prime, ma seguono ovviamente questioni di natura culturale e politica. Una delle più significative, tuttavia, è senza dubbio quella per la quale l’uscita di uno Stato Membro dall’Unione Europea, rappresenta un precedente che si sarebbe voluto in ogni modo impedire. Basti pensare a quando, per il rischio default, tale sorte sembrava dovesse toccare alla Grecia. Oggi, in un’epoca in cui le formazioni politiche che vengono denominate come “populiste” o “nazionaliste” acquisiscono sempre più consenso elettorale, non è improbabile, in effetti, che una proposta analoga a quella formulata da David Cameron, ossia di sottoporre l’appartenenza all’Unione ad un referendum consultivo, possa venire replicata anche altrove per ottenere qualche voto in più.

Non credo tuttavia che i toni catastrofici che vengono impiegati per l’occasione possano essere utili a capire meglio ciò che sta accadendo e men che meno a formare proposte politiche valide. Nel dibattito che è seguito al referendum di venerdì scorso, infatti, l’Unione Europea è stata elevata a feticcio, prescindendo da ogni considerazione funzionale. L’apice si è toccato dalla malsana idea di chi vorrebbe replicare il voto, non rendendosi conto che così si sacrificherebbe sull’altare dell’Unione un valore che dovrebbe sovrastarla, la democrazia, alimentando ancor di più la rabbia e gli argomenti degli euroscettici. E se è vero che la retorica europeista è riuscita, specie in Italia, a trasformare l’istituzione in un ideale, che vive di simboli legittimanti come il progetto Erasmus, essa non riesce nonostante tutto a far breccia nella totalità dei cittadini, ma anzi perde proseliti ogni giorno che passa. Dando per assodato il fatto che non esiste una nazione europea, occorre chiedersi con serenità cos’è l’Unione Europea. Essa è una costruzione che poggia su alcuni trattati che gli Stati membri hanno sottoscritto e che hanno dato vita ad un sistema istituzionale che non ha eguali nel mondo. Se essa assomigli più a una federazione o ad una confederazione non è argomento che interessa in questa sede. Va riconosciuto, tuttavia, che la UE è riuscita per un certo periodo ad assolvere egregiamente ad una serie funzioni. Le più sentite dai cittadini europei, tuttavia, sono a mio parere anche quelle più datate e sono la libertà di circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali. Con il superamento della costruzione basata sulle Comunità europee e con l’istituzione dell’Unione Europea, le finalità si sono man mano ampliate, trasformandosi in un vero e proprio programma politico. Esse vanno dalla creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne all’instaurazione di un mercato interno e lo sviluppo sostenibile dell’Europa; dalla lotta all’esclusione sociale e alle discriminazioni alla coesione economica, sociale e territoriale; fino ad arrivare alla previsione di un’unione economica e monetaria, che ha per moneta l’euro. Ambizioso anche ciò che l’Unione si ripromette nelle relazioni esterne: la promozione dei valori e degli interessi dell’UE, contribuendo alla pace, alla sicurezza e allo sviluppo sostenibile, all’eliminazione della povertà, alla tutela dei diritti umani e al rispetto del diritto internazionale e dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Questi progetti sono però tanto affascinanti quanto vaghi nei contenuti. A darvi concretezza sono chiamate le istituzioni dell’Unione e specialmente la Commissione, il Consiglio Europeo, il Consiglio dei Ministri e (infine) il Parlamento, delle quali solo quest’ultimo è eletto dai cittadini. Ed è nei fatti il meno influente.

L’Unione ha cominciato ad occuparsi di una pluralità di questioni, con decisioni che vengono di fatto imposte agli stati membri, visto il primato del diritto europeo. Molti hanno sottolineato come il problema dell’Unione derivi da un deficit di democrazia, visto che molte volte il ruolo del Parlamento è marginale. A mio modo di vedere, invece, il problema è che l’Unione si occupa di troppe questioni che potrebbero essere lasciate agli Stati membri, mentre non tratta per nulla materie che sono essenziali alla sua sopravvivenza. Come ha ricordato il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel “non abbiamo bisogno di più Europa, ma di un’Europa diversa”. Già nel 2005 era arrivato chiaro il segnale, con la bocciatura della Costituzione Europea proprio tramite referendum tenutisi in Francia e Paesi Bassi, che molta parte dei cittadini europei non gradivano l’idea di trasformare l’Europa in un super-Stato. Invece i governi europei hanno voluto ignorare questo segnale aggirando il problema attraverso il Trattato di Lisbona. Questa costruzione, che ha lasciato intatti tutti i deficit di legittimazione democratica, non è riuscita a reggere alla sfida della crisi dei debiti sovrani e del conseguente ridimensionamento del peso dell’Europa nel mondo. Il baricentro delle decisioni si è quindi spostato sempre più nei summit intergovernativi, in cui erano i singoli stai membri, talora al di fuori delle procedure previste dai trattati, a prendere le decisioni. L’Unione quindi è nei fatti in crisi da tempo e non funziona. Non è un caso se, dopo il referendum britannico, sono Francia ed Italia ad essere convocate a Berlino: un chiaro segnale del fatto che la lezione non è stata recepita. Che tipo di affezione potrebbe sentire un Polacco o un Ungherese di fronte ad un piano per salvare l’Europa concepito dall’asse franco tedesco, graziosamente allargato all’Italia? E ritengo che non sia neppure una maggiore integrazione finanziaria o la difesa comune a contribuire a rafforzare l’amore per l’Unione. Magari renderebbe il vincolo più inestricabile, ma l’odio per Bruxelles nasce da ben altro e precisamente dall’idea che la perdita di sovranità aggravi alcuni problemi, anzichè risolverli, specie se qualche Stato se ne avvantaggia ed altri ci rimettono. Esempi classici sono la mancanza di una politica comune per gestire i flussi migratori e per ripartirne i costi, il rifiuto di mutualizzare il debito o il Fiscal compact. L’Unione si è trasformata in una riunione di condominio permanente in cui non si fa altro che rinfacciarsi la scarsa cura degli ambienti comuni o il disagio del via vai di ospiti che un inquilino riceve.

Chi spera di imporre un super-Stato non comprende invece che tutti questi problemi di squilibrio territoriale andrebbero a ripresentarsi amplificati dalla mancanza di via di fuga e dagli spazi di intervento lasciati ai singoli Stati membri. La soluzione, quindi, è quella di limitare le materie di cui l’Unione deve occuparsi e riservare le altre a tempi migliori. Ripartiamo da ciò che l’Unione sa fare meglio e utilizziamola come un mezzo e non come un fine. Divinizzare un’istituzione è il modo migliore per portarla alla distruzione nel momento in cui qualcuno deciderà di urlare che il re è nudo.

Marcello Spirandelli

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